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Pensioni di vecchiaia: crescita della vita e decrescita del tasso di natalità

Antonio Vallebona, Professore Ordinario di Diritto del lavoro – Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”.

Il saggio tratta delle pensioni di vecchiaia rilevando che in Italia, in cui vige un regime a ripartizione secondo cui le pensioni vengono pagate con i contributi previdenziali dei lavoratori attualmente attivi, la crescita della vita dei pensionati si contrappone alla riduzione dei lavoratori attivi, sicché l’INPS non ha sufficienti risorse per pagare le pensioni. L’unico rimedio possibile è una consistente elargizione pubblica per il secondo figlio.

PAROLE CHIAVE: Pensioni - vita - nascite

Old-age retirement: growth of life and decrease in the birth rate

The essay deals with old-age retirement, noting that in Italy, which has a pay-as-you-go retirement system according to which retirements are paid with the social security contributions of currently active workers, the growth of life of retirees is opposed to the reduction of active workers, so INPS does not have sufficient resources to pay retirements. The only possible remedy is a substantial social security treatment for the second child.

Keywords: Retiremns – life – birth.

Sommario:

1. Regime a ripartizione - 2. Nascite e vecchiaia - 3. Le norme che hanno aumentato l’età pensionabile e una disposizione opposta - 4. L’estinzione della popolazione italiana - 5. L’unico rimedio possibile


1. Regime a ripartizione

È noto che da mezzo secolo il regime delle pensioni è stato modificato da capitalizzazione a ripartizione. Il regime a capitalizzazione prevedeva che le pensioni di vecchiaia venivano erogate dall’ente previdenziale tramite i contributi relativi allo stesso lavoratore. Mentre per il regime a ripartizione le pensioni vengono pagate mediante i contributi previdenziali relativi ai lavoratori attualmente attivi. Il mio Maestro, Ubaldo Prosperetti, nel 1974 mi invitava ad ascoltare le lezioni di Lionello Levi Sandri, presidente del Consiglio di Stato e professore alla Facoltà di Economia della Sapienza (il suo libro del 1968 si intitolava “Istituzioni di legislazione sociale”). Levi Sandri era infuriato contro il regime a ripartizione dicendo “non si torna più indietro”, con visione profetica che scontava la riduzione delle nascite e la crescita di vita dei pensionati.

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2. Nascite e vecchiaia

La frase “poche culle, poche tombe” o l’altra “tre vecchi e mezzo per un bambino” (quest’ultima di Donato Magi medico e professore di statistica sanitaria in una pubblicazione del 2010) si fondano su statistiche inoppugnabili. In sintesi: – i nati in Italia per ogni anno erano nel decennio 1961-1970 circa un milione, all’apice del c.d. baby boom. Nei decenni successivi, però, il tasso di natalità annuo si è ridotto progressivamente (1971-1980 = 800.000; 1981-1990 = 600.000, 1991-2000 = 530.000), fino a che nel 2018 i nati sono stati 420.000 cioè meno della metà di quelli degli anni Sessanta; – questa riduzione dipende dal tasso di natalità per ogni donna, che negli anni dal 1965 al 1970 era del 2,7 e poi è calato progressivamente, attestandosi negli ultimi anni ad 1,3; – la speranza di vita alla nascita, che all’inizio del XX secolo era di 43 anni, è aumentata tantissimo, soprattutto a causa dei progressi della medicina, raggiungendo progressivamente negli anni Sessanta per gli uomini 69 anni e per le donne 74 anni, negli anni Novanta per gli uomini 75 anni e per le donne 82 anni ed attualmente per gli uomini 81 anni e per le donne 85. La speranza di vita per le persone che hanno raggiunto i 65 anni è per gli uomini 84 anni e per le donne 87 anni. La causa della riduzione delle nascite. La riduzione del tasso di natalità dal 1970 in poi ha come causa principale il desiderio delle famiglie, tranne quelle già ricche, di emergere economicamente sfruttando tutti i risvolti della vita, che con più figli è quasi impossibile. Quindi non solo il consumismo di merci (auto, televisione, lavatrice, condizionatori d’aria, ecc.), ma anche il consumismo di esperienze (viaggi, giochi, vacanze, ecc.). E poi l’aspirazione che l’unico figlio, mandato anche all’Università, si imponga nella società scalando i gradini su cui i genitori non sono riusciti a salire.

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3. Le norme che hanno aumentato l’età pensionabile e una disposizione opposta

In un regime a ripartizione se i lavoratori attivi diminuiscono a causa della riduzione del tasso di natalità e i vecchi aumentano mancano le risorse per pagare le pensioni. Non a caso il legislatore, constatato questo grave fenomeno, è intervenuto prima prevedendo il diritto del lavoratore alla prosecuzione del rapporto di lavoro anche dopo il conseguimento dei requisiti pensionistici (legge n. 54/1982; legge n. 108/1990) e poi innalzando d’imperio l’età pensionabile da 60 anni a 65 anni (d.lgs. n. 503/1992). Ma anche questa misura non bastava a ridurre il deficit degli enti previdenziali messi in crisi dai predetti fattori demografici sempre più incalzanti, perché gli uomini percepivano la pensione di vecchiaia per 19 anni (in media fino a 84 anni) e le donne per 22 anni (in media fino a 87 anni). E non a caso è intervenuto nuovamente il legislatore con la c.d. legge Fornero (decreto legge n. 201/2011 convertito in legge n. 214/2011) innalzando ancora l’età pensionabile da 65 a 67 anni e oltre. Questa legge non è stata abrogata, ma è stata emanata (decreto legge n. 4/2019 convertito in legge n. 26/2019) una disposizione sperimentale e temporanea per il triennio 2019-2021 che riduce l’età pensionabile a 62 anni se il lavoratore ha almeno 38 anni di contributi (c.d. quota 100). Ovviamente la suddetta disposizione non considera i già esposti fattori demografici, anche perché bastava l’anticipazione dell’età pensionabile per i lavori usuranti. Però è facile rilevare che le persone non possono lavorare oltre i 67 anni, perché il fisico non lo consente nonostante i progressi della medicina. Quasi tutti i miei coetanei (68 anni) si lamentano di tanti acciacchi e se non fossero già pensionati e lavorassero ancora si assenterebbero per malattia continuamente e verrebbero licenziati per scadenza del periodo di comporto.

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4. L’estinzione della popolazione italiana

Si deve anche considerare che ogni generazione sarà minore di quella precedente, se le donne italiane continueranno a fare in media 1,3 figli, in quanto il tasso di sostituzione è di 2,1, sicché la popolazione italiana si estinguerà. Pertanto i lavoratori attivi continueranno a diminuire, anche se quando moriranno i pensionati nati dal 1950 al 1970, cioè dal 2035 al 2055, anche i pensionati si ridurranno di molto perché nel ventennio 1950-1970 erano nate circa 20 milioni di persone.

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5. L’unico rimedio possibile

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