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Il diritto del lavoro e la guerra tra “positivismo giuridico” e “giusnaturalismo”

Guido Vidiri, Già presidente della Sezione Lavoro della Corte di Cassazione

L’Autore esamina nel suo saggio le ricadute del Covid-19 e della guerra Russia-Ucraina sul diritto del lavoro, in termini di limitazioni del diritto alla libertà d’impresa e del diritto al lavoro. Nello specifico l’Autore addebita a politiche dirigistiche dei governi, che si sono succeduti durante la pandemia, di avere ripetutamente fatto ricorso ai DPCM, imponendo illegittimamente, stante la loro natura di atti amministrativi, lunghi periodi di lockdown alle imprese con il divieto di licenziamenti per motivi economici. Con riferimento alla guerra l’Autore evidenzia che le sanzioni contro la Russia decise dall’Unione Europea, per la asimmetria degli effetti prodotti tra i diversi Stati ad essa aderenti, causano al nostro Paese, per la carenza di fonti energetiche, gravi danni per le medie e piccole imprese, costrette a cessare o ridurre le loro attività con un consequenziale aumento della disoccupazione e con negative ripercussioni sull’intero assetto delle relazioni industriali.

Parole chiave: lavoro – impresa – libertà – sanzioni economiche.

 

Labor law and war, between legal positivism and jusnaturalism

The author analyzes in his essay the fallout of Covid-19 and the Russia-Ukraine war on labor law, in terms of limitations on the right to freedom of enterprise and the right to work. Specifically, the Author accuses the management policies of governments, which occurred during the pandemic, for having repeatedly provide for DPCM, illegally imposing, given their nature of administrative acts, long lockdown periods with the prohibition of dismissal for trade – related redundancies. With reference to the War, the Author highlights that the penalties against Russia decided by the European Union, due to the asymmetry of the effects produced between the various states adhering to it, cause our country, due to the lack of energy sources, serious damages to the medium and small enterprises, forced to cease or reduce their activities with a consequential increase of unemployment and with negative repercussions on the entire structure of industrial relations.

Keywords: work – enterprise – freedom – economic sanctions.

Sommario:

1. Il Lavoro e la c.d. arte civile - 2. Il lavoro e la Nouvelle Histoire - 3. Il lavoro e la guerra tra “positivismo giuridico” e “giusnaturalismo” - 4. Il pensiero unico e le libertà: qualche minima riflessione per mero ed unico svago dell’intelletto - NOTE


1. Il Lavoro e la c.d. arte civile

L’allegoria e gli effetti del buono e cattivo governo sono l’oggetto di un ciclo di affreschi, conservato nel Palazzo Pubblico di Siena, di Ambrogio Lorenzetti che –avendo l’intento di inspirare i nove governanti della città toscana – raffigura quattro scene disposte nella parte superiore di tre pareti di una stanza rettangolare (detta sala del Consiglio dei nove o della pace) del suddetto edificio. Nel rappresentare gli effetti del buon governo (città prospere e campagne ben coltivate, benessere, gioia, allegria), il pittore senese pone in posizione elevata la Sapienza divina, verso la quale la Giustizia volge il suo sguardo essendo delegata a svolgere la difficile funzione del giudicare. Nel fotografare gli effetti del cattivo governo (tirannia, carestia, assassini, guerre) l’artista invece pone in posizione ben più in basso, sotto il tiranno, la Giustizia, che non appare più in trono, ma soggiogata, con l’aria mesta e con i piatti della bilancia non più in equilibrio, ma gettati a terra, così dimostrando il suo intento volto a rimarcare che solo se l’amministrazione della cosa pubblica si fonda su principi di giustizia sociale, la collettività dei cittadini ne trae indubbi e costanti benefici. Il riferimento al ciclo di affreschi di uno dei più noti pittori della scuola senese non deve sembrare inconferente con le complesse questioni giuridiche trattate nel presente studio. Ed invero, la c.d. arte civile – pure per quanto attiene al lavoro in tutte le sue molteplici attività [1] – con la forza evocativa delle sue immagini può infrangere le solide barrire del tempo suscitando riflessioni su tematiche che, per vedere coinvolto l’uomo come individuo e come componente della comunità, non possono risultare indifferenti alla sensibilità dei giuristi su materie aventi spesso rilevanti ricadute sul versante socio-economico di ciascun componente della cittadinanza [2]. Per di più l’allegoria del buono e cattivo governo attesta in maniera visibile e plastica che le leggi ed i poteri dei governanti hanno da sempre avuto un ambito territoriale ben definito e spesso limitato unicamente all’interno di comunità locali [3]. Nell’attuale momento storico, ben diverso dal passato, l’ambito di operatività degli ordinamenti si estende ben al di là [continua ..]

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2. Il lavoro e la Nouvelle Histoire

Nel corso del secolo scorso è sorta intorno ad un gruppo di studiosi ed intellettuali francesi una importante scuola storiografica caratterizzatasi per la sua forza innovativa [6]. Un tale storicismo ha nei primi anni del novecento praticato e sperimentato proprie modalità di ricostruzione della evoluzione delle più diverse discipline del sapere (ad esempio: la geopolitica economica, la sociologia, la psicanalisi e la medicina, tutte nelle loro differenti versioni), introducendo una rivoluzione metodologica nei criteri di indagine al fine di accrescere e migliorare lo spazio della conoscenza attraverso la narrazione degli accadimenti quotidiani tanto da porsi in contrapposizione all’imperante storicismo tradizionale che da sempre ha creato incertezze specialmente in presenza di eventi imprevisti, con gravi e perduranti ricadute sul contesto socio-economico della collettività [7]. Quanto detto induce ad evidenziare come sulla base dei dettati della Nouvelle Histoire il suddetto storicismo induce – negli attuali tempi di pandemia e di guerra – a rifuggire dai condizionamenti dell’industria mediatica dei Paesi dell’Unione Europea. Di una Unione cioè che, per articolarsi in un ordinamento a più livelli, non è riuscita a divenire una Unione di popoli solidali, mancando di una propria Costituzione e di fonti normative prive della necessaria chiarezza. Per tale ragione si è caratterizzata in senso negativo per non essere né uno “Stato unico”, né una “Federazione” né una “Confederazione”. È una “Unione” infatti che è “in permanente ricerca di se stessa e dei suoi originari valori”, e che non ha potuto sinora realizzare le finalità per cui è nata avendo applicato politiche dirigistiche, prive di progettualità e per non avere ciascuno dei Paesi ad essa aderenti dimostrato la medesima disponibilità nel cedere i propri spazi di sovranità. Di certo un simile assetto ordinamentale ha rappresentato una causa non secondaria delle pesanti ricadute sul versante socio-economico vanificando, soprattutto nei Paesi economicamente più fragili dell’Unione, i valori ed i principi posti a base della civiltà occidentale e della sua cultura [8]. In tale contesto, la “Nuova storiografia” ha il merito di [continua ..]

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3. Il lavoro e la guerra tra “positivismo giuridico” e “giusnaturalismo”

L’esigenza di un iter argomentativo chiaro, ed in coerenza con quanto già detto, induce dapprima ad esaminare gli effetti negativi che si sono avuti ai danni delle imprese e dei lavoratori nel corso della pandemia Covid-19 e successivamente della guerra; ed a valutare poi l’impatto che tali effetti hanno avuto sulla tenuta anche temporale del diritto statale e delle fonti normative dell’Unione Europea. Le crudeltà, i crimini ed il numero dei morti addebitabili agli indicati tragici accadimenti richiamano alla memoria gli orrori simili a quelli di ogni guerra civile a sfondo religioso. Eventi che devono essere valutati senza partigianeria perché destinati a determinare il passaggio tra il passato ed il futuro dal momento che il mondo intero con ogni probabilità sarà diverso. Ciò costringe – è bene ribadirlo – le Istituzioni tutte, la politica e non da ultimo anche chi è chiamato ad amministrare giustizia a spezzare la catena degli infingimenti, delle ipocrisie, delle furbizie, della storica ed indissolubile fedeltà a partiti o organizzazioni sindacali, al fine di individuare le debolezze, le carenze e la fragilità dell’attuale assetto ordinamentale. È più che probabile infatti che il futuro imporrà in molti Paesi di fare fronte ad una “economia di guerra”, in ragione di una globalizzazione che ha già messo in luce, le proprie negatività, perché, da un lato, ha consentito e spesso agevolato “la libera” ed “irregolare” mobilità dei capitali e, dall’al­tro, ha finito di fatto per penalizzare le piccole e medie imprese e le fasce più deboli di lavoratori praticando politiche economiche e sociali, che – per essere inadeguate ed inefficaci e prive di alcuna progettualità – hanno già provocato pericolosi ed imprevedibili contraccolpi in molti Stati dell’Unione [14]. È stato scritto: che ogni epoca ha l’impressione precisa di essere epoca di transizione, e di crisi; che è ovvio che la storia si presenti proprio come “crisi continua” attraverso la quale, faticosamente, dal presente “nasce l’avvenire” [15]; che l’uomo trova in sé il “solo responsabile” dell’origine reale di ogni estrema incertezza anche se è poi riuscito [continua ..]

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4. Il pensiero unico e le libertà: qualche minima riflessione per mero ed unico svago dell’intelletto

Non si dicono tante bugie come prima delle elezioni, durante le guerre, e dopo la caccia. Parole queste pronunziate in un lontanissimo passato ed attribuite ad un celebre politico che ha avuto un ruolo determinante nella Storia del suo Paese [22]. Le poche parole riportate seppure nella loro “semplicità” ed “ironica ragionevolezza” sono sufficienti a far comprendere che la guerra tra Russia e Ucraina, come le altre guerre moderne, si caratterizza per l’utilizzazione, a fini giustificativi e propagandistici, di un linguaggio spesso ambiguo, indecifrabile e che, per essere piegato agli specifici interessi di ciascuno dei belligeranti, crea incertezze ostacolando con queste incertezze la ricerca della verità. Effetti questi derivanti su un piano più generale anche dal c.d. “pensiero unico” che, se supportato da rigide opzioni culturali e da pregiudizi, può finire nel tempo per indebolire le democrazie limitando le libertà individuali a seguito di politiche dirigistiche e di una narrazione storica alterata ed inveritiera [23]. Non è certo privo di fondamento l’assunto che il pensiero unico ed il linguaggio politicamente corretto hanno – sia durante la pandemia che nel corso della successiva guerra – limitato con modalità diverse la libertà di pensiero e con essa anche le altre libertà individuali in palese violazione della Costituzione. Ed invero Il linguaggio che non parla alla sovranità dell’individuo ma parla solo e costantemente alla collettività per acquisirne il consenso, attraverso formule ossessivamente ripetute che nulla significano  [24], ha finito per penalizzare, con i licenziamenti (individuali o collettivi) e con severe sanzioni economiche, quei lavoratori che in assenza del green pass non hanno potuto svolgere la propria attività. E questo in palese violazione dei diritti inderogabili di ogni singolo lavoratore, che si è visto illegittimamente discriminato rispetto agli altri cittadini, anche nel vivere la sua quotidianità. Violazioni analoghe si sono avute ad opera di numerosi atti amministrativi, quali i DPCM, che nel disporre per lunghi periodi il lockdown con il blocco dei licenziamenti, hanno violato il diritto alla libertà d’impresa (art. 41, comma 1, Cost.) ed il diritto al lavoro (art. 1 e 4 Cost.), con l’effetto [continua ..]

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NOTE

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