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Il lavoro nel terzo settore

Domenico Garofalo, Professore ordinario di Diritto del lavoro – Università di Bari.

Il contributo analizza i profili lavoristici della riforma del Terzo settore (c.d. social act), attuata nel 2016-2017, in funzione di supporto all’attività svolta dagli enti no profit nel settore dell’assistenza. Viene esaminata la disciplina del lavoro prestato sia dai dipendenti sia dai volontari, con un focus sul servizio civile universale.

PAROLE CHIAVE: terzo settore - volontariato

The labour in the third sector

The essay focuses on the reform of the Third sector (so-called social act), enforced in 2016-2017 from a Labour Law point of view. The aims are, on the one hand, to underline the role carried out by non profit organizations in the Care Sector and, on the other hand, to analyse the legal frameworks applicable to workers and volunteers, including civil service people.

Keywords: Third sector – volunteers workers.

Sommario:

1. Dal Jobs Act al Social Act - 2. Il servizio civile universale - 2.1. I principi enunciati dalla legge delega - 2.2. Il decreto attuativo n. 40/2017 - 2.3. Il servizio civile - 3. La riforma del Terzo settore - 4. Lavoro e volontariato nella riforma del Terzo settore - 5. La riforma dell’impresa sociale - 6. L’impresa sostenibile - 7. Populismo vs. volontariato: č solo una questione di voti! - NOTE


1. Dal Jobs Act al Social Act

La XVII legislatura da poco trascorsa è stata caratterizzata da un’azione di Governo sovente criticata in modo aprioristico, specie a livello mediatico, sintomo di scarsa conoscenza delle iniziative legislative varate, con una personalizzazione delle critiche che ha contribuito a sviare l’attenzione dell’opinione pubblica.

Una delle riforme fortemente volute dal Governo Renzi, portata a termine da Gentiloni e dal Ministro Poletti, è rappresentata dalla legge 6 giugno 2016, n. 106 [1], recante delega al Governo per la riforma del Terzo settore, dell’impresa sociale e della disciplina del servizio civile universale, meglio nota come “Social Act [2], parafrasando il più noto “Jobs Act” e perseverando nel ricorso ad un anglicismo lessicale di cui, a ben guardare, non si avverte il bisogno.

Tale riforma, però, parte da più lontano, cioè dalle Linee guida per una riforma del Terzo settore, con le quali lo stesso Governo Renzi evidenziò l’importanza del privato sociale per l’economia del Paese, invitando gli operatori, gli stakeholders, i cittadini sostenitori o utenti finali del settore no profit a formulare proposte e suggerimenti da utilizzare per la elaborazione del testo della legge delega, con una consultazione on line aperta il 13 maggio 2014 e terminata il 13 giugno 2014.

Per comprendere l’importanza del Terzo settore è sufficiente dare uno sguardo ai suoi numeri e pensare alle esperienze positive disseminate in Italia e in Europa [3].

Il Ministero del Lavoro ha recentemente stimato che il numero di volontari in Italia sia superiore ai 6 milioni, di cui 4 milioni circa svolgono la loro attività in modo strutturato nell’ente di riferimento. A sua volta un italiano su otto svolge attività gratuite a beneficio di altri o della comunità, all’interno di associazioni, riconosciute o non, fondazioni o altri organismi, attivi nel settore della sanità, della cultura, della protezione civile o dell’ambiente [4].

Il settore costituisce altresì un bacino occupazionale decisamente interessante, se si considera che le cooperative sociali contano oltre 500.000 addetti e 40.000 volontari, con un volume d’affari pari a 10 miliardi di euro; le imprese sociali annoverano oltre 16.000 addetti e quasi 3.000 volontari con un valore della produzione che supera i 300 milioni di euro annui, cui vanno aggiunte le fondazioni con oltre 90.000 addetti e 50.000 volontari e 11 miliardi di euro di entrate annue.

In un sistema di governo multilivello come quello che caratterizza il nostro Paese, dove il Welfare State arretra a causa di una progressiva riduzione di risorse, da concentrare essenzialmente in settori ritenuti più importanti di altri, il Terzo settore funge da elemento di sostegno di numerose istanze sociali (c.d. seconda gamba della nuova welfare society), secondo il modello di sussidiarietà orizzontale, ex art. 118 Cost., dan­do corpo ad un welfare partecipativo, fondato su una governance sociale che comprende non solo il singolo, ma anche i corpi intermedi e le stesse realtà del Terzo settore, così da rivedere le modalità di organizzazione ed erogazione dei servizi del welfare, rimuovere le sperequazioni e ricomporre il rapporto tra Stato e cittadini, tra pubblico e privato, secondo principi di equità, efficienza e solidarietà sociale.

Nella locuzione Terzo settore si raccoglie l’Italia del volontariato, della cooperazione sociale, dell’associazionismo no profit, delle fondazioni e delle imprese sociali, realtà socio-economiche che sviluppano un volume finanziario notevole, specie se si considera il risparmio di spesa di cui lo Stato beneficia non facendo fronte direttamente ai bisogni cui sopperiscono tali istituzioni, con l’effetto di porre in dub­bio la terzietà del settore, che le stesse linee guida ritengono essere il primo.

Il Terzo settore si colloca tra lo Stato e il mercato, tra la finanza e l’etica, tra l’im­presa e la cooperazione, tra l’economia e l’ecologia, dà forma e sostanza ai principi costituzionali della solidarietà e della sussidiarietà, valorizzando il capitale umano e civico nazionale che costituisce da sempre il valore aggiunto del nostro Sistema Paese.

La riforma auspicata dalle Linee guida punta alla valorizzazione del potenziale di crescita e occupazione che contraddistingue l’economia sociale e le attività svolte dal Terzo settore, unico comparto che negli anni della crisi ha continuato a crescere, sebbene sottodimensionato rispetto alle altre esperienze internazionali, e che, mediante un riordino della disciplina di riferimento, potrebbe contribuire a dare risposta agli attuali bisogni del secondo welfare e generare nuove opportunità di lavoro e di crescita professionale.

Uno dei profili meglio evidenziati nelle Linee guida è quello della premialità, cioè della definizione di adeguati incentivi e strumenti di sostegno in favore di quelle condotte donative o comunque prosociali dei cittadini e delle imprese, finalizzate a generare coesione e responsabilità sociale, con la profonda convinzione che la spesa pubblica destinata a sostenere le imprese sociali genera, nel medio-lungo periodo, un elevato impatto sociale ed economico, rappresentato dai servizi pubblici alla persona (housing sociale, job creation, cure sanitarie, formazione) [5].

Le Linee guida, quindi, già dal 2014 dettavano una sorta di road map per la riforma del Terzo settore, sottolineando l’ibridismo che contraddistingue le realtà in esso operanti [6], soggetti privati sotto il profilo della veste giuridica, ma pubblici per le finalità di utilità e promozione sociale perseguite.

Indispensabile, poi, è la soluzione delle questioni qualificatorie e di identità dei soggetti che operano nel Terzo settore, specificando meglio i confini tra volontariato e cooperazione sociale, tra associazionismo di promozione sociale e impresa sociale, stanando quelle forme poco trasparenti di privato sociale che beneficiano di sostegno o attuano forme di concorrenza utilizzando spregiudicatamente la forma associativa per aggirare gli obblighi di legge (basti pensare alla vicenda delle ONG impegnate nel soccorso ai migranti).

La riforma del Terzo settore, secondo le Linee guida, non passava solo attraverso una rivisitazione della disciplina civilistica, coerente con l’art. 118 Cost., ma anche con la revisione della legge n. 266/1991 sul volontariato [7], e della legge n. 383/2000 sulle associazioni di promozione sociale, proponendo altresì l’istituzione di una Authority del Terzo settore e la revisione della disciplina del 5 per mille che rappresenta una delle più importanti fonti di finanziamento degli enti no profit [8].

Le Linee guida ritenevano strategico per il futuro del Paese prevedere una leva di giovani per la “difesa della Patria” [9], e cioè il Servizio Civile Nazionale Universale, come opportunità di servizio alla comunità e primo approccio all’inserimento professionale, aperto ai giovani dai 18 ai 28 anni che desiderino confrontarsi con l’im­pegno civile, per la formazione di una coscienza pubblica e civica.

L’annuncio ad aprile 2014 della riforma del Terzo settore e la strategia al fondo delle Linee guida si sono concretizzati con l’approvazione della citata legge n. 106/2016, la cui finalità è quella di sostenere l’autonoma iniziativa dei cittadini che concorrono, anche in forma associata, a perseguire il bene comune, ad elevare i livelli di cittadinanza attiva, di coesione e protezione sociale, favorendo la partecipazione, l’inclusione e il pieno sviluppo della persona, nonché a valorizzare il potenziale di crescita e di occupazione lavorativa, in attuazione degli artt. 2, 3, 18 e 118, comma 4, Cost.

L’art. 1, comma 1, legge n. 106/2016, enuncia una definizione teleologica di “Ter­zo settore”, per esso intendendo il «complesso degli enti privati costituiti per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale e che, in attuazione del principio di sussidiarietà e in coerenza con i rispettivi statuti o atti costitutivi, promuovono e realizzano attività di interesse generale mediante forme di azione volontaria e gratuita o di mutualità o di produzione e scambio di beni e servizi». Una siffatta definizione, basata sulle finalità perseguite piuttosto che sulle forme giuridiche e sulle attività svolte, consente di includere nella stessa dalle fondazioni bancarie, alle imprese sociali, fino alle mutue o società di mutuo soccorso [10].

Il perseguimento delle finalità anzidette è affidato ai decreti delegati, da adottare entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della legge n. 106/2016, nel rispetto e in coerenza con la normativa dell’Unione europea e in conformità ai principi e ai criteri direttivi previsti dalla medesima legge, secondo una quadripartizione di obiettivi schematicamente illustrata nell’art. 1, comma 2, legge n. 106/2016, e cioè:

a) la revisione della disciplina del Iitolo II del Libro I del codice civile in materia di associazioni, fondazioni e altre istituzioni di carattere privato senza scopo di lucro, riconosciute come persone giuridiche o non riconosciute;

b) il riordino e la revisione organica della disciplina speciale e delle altre disposizioni vigenti relative agli enti del Terzo settore (da ora ETS ai sensi dell’art. 12, d.lgs. n. 117/2017) di cui al comma 1, compresa la disciplina tributaria applicabile a tali enti, mediante la redazione di un apposito codice del Terzo settore, secondo i principi e i criteri direttivi di cui all’art. 20, commi 3 e 4, della legge 15 marzo 1997, n. 59, e successive modificazioni; riordino attuato con il d.lgs. n. 117/2017;

c) la revisione della disciplina in materia di impresa sociale (realizzata con il d.lgs. n. 112/2017);

d) la revisione della disciplina in materia di servizio civile universale (operata con il d.lgs. n. 40/2017).

La normativa delegata ha dovuto tener conto di due categorie di principi e criteri direttivi, e cioè quelli generali di cui all’art. 2, legge n. 106/2016, e quelli enunciati per ogni singolo istituto che la delega ha inteso disciplinare o riformare:

a) riordino e revisione della disciplina del Terzo settore e codice del Terzo settore (art. 4);

b) attività di volontariato, di promozione sociale e di mutuo soccorso (art. 5);

c) impresa sociale (art. 6);

d) servizio civile universale (art. 8);

e) misure fiscali di sostegno economico (art. 9).

I principi e i criteri direttivi di tipo generale sono i seguenti:

a) riconoscere, favorire e garantire il più ampio esercizio del diritto di associazio­ne e il valore delle formazioni sociali liberamente costituite, ove si svolge la personalità dei singoli, quale strumento di promozione e di attuazione dei principi di partecipazione democratica, solidarietà, sussidiarietà e pluralismo, ai sensi degli artt. 2, 3, 18 e 118 Cost.;

b) riconoscere e favorire l’iniziativa economica privata il cui svolgimento, secon­do le finalità e nei limiti di cui alla legge n. 106, può concorrere ad elevare i livelli di tutela dei diritti civili e sociali;

c) assicurare, nel rispetto delle norme vigenti, l’autonomia statutaria degli enti, al fine di consentire il pieno conseguimento delle loro finalità e la tutela degli interessi coinvolti;

d) semplificare la normativa vigente, garantendone la coerenza giuridica, logica e sistematica.

Per quanto riguarda la riflessione che si svolge in questa sede, vale a dire il lavoro nel Terzo settore, sin dalla legge delega possono rinvenirsi alcuni elementi significativi tra i principi e i criteri direttivi specifici che hanno contribuito ad orientare il legislatore delegato in occasione dell’emanazione dei singoli decreti.

Con riferimento alla delega contenuta nell’art. 4, sul riordino e revisione della di­sciplina del Terzo settore con la redazione di un codice del Terzo settore, giova segnalare i criteri sub lett. d), g) e h).

Il primo, sub lett. d), prevede la definizione di forme e modalità di organizzazione, amministrazione e controllo degli enti ispirate ai principi di democrazia, eguaglianza, pari opportunità, partecipazione degli associati e dei lavoratori nonché ai principi di efficacia, efficienza, trasparenza, correttezza ed economicità della gestione degli enti, prevedendo strumenti idonei a garantire il rispetto dei diritti degli associati e dei lavoratori, con facoltà di adottare una disciplina differenziata che tenga conto delle peculiarità della compagine e della struttura associativa nonché della disciplina relativa agli enti delle confessioni religiose che hanno stipulato patti o intese con lo Stato. Come si può notare, quindi, la tutela dei lavoratori attiene sia al profilo organizzativo e amministrativo dell’ente sia alla garanzia di strumenti idonei a tutelare i lavoratori alle dipendenze degli enti medesimi.

Il secondo principio, sub lett. g), prevede la disciplina degli obblighi di controllo interno, di rendicontazione, di trasparenza e d’informazione nei confronti degli associati, dei lavoratori e dei terzi, differenziati anche in ragione della dimensione economica dell’attività svolta e dell’impiego di risorse pubbliche, tenendo conto di quanto disposto dal d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231; prevede, altresì, il relativo regime sanzionatorio.

Infine, l’ultimo criterio direttivo, sub lett. h), statuisce la garanzia, negli appalti pubblici, di condizioni economiche non inferiori a quelle previste dai contratti collettivi nazionali di lavoro adottati dalle organizzazioni sindacali maggiormente (e non comparativamente) rappresentative.

Con riferimento, poi, alla delega relativa alle attività di volontariato, di promozione sociale e di mutuo soccorso, di cui all’art. 5, i principi e i criteri direttivi sono orientati al superamento di alcuni profili di criticità, prevedendosi l’introduzione di criteri e limiti relativi al rimborso spese per le attività dei volontari, preservandone il carattere di gratuità e di estraneità alla prestazione lavorativa, evidentemente avendo in mente l’atavico fenomeno delle prestazioni di volontariato che dissimulino sostanzialmente quelle di lavoro subordinato, nonché la valorizzazione delle diverse esperienze di volontariato, anche attraverso il coinvolgimento delle organizzazioni del settore (da ora ODV) nelle attività di promozione e di sensibilizzazione, e il riconoscimento in ambito scolastico e lavorativo delle competenze acquisite dai volontari. In sostanza, si intende ricercare un meccanismo che consenta l’esporta­zione dell’attività di volontariato anche in settori differenti da quelli nel quale si opera, secondo il principio della spendibilità e della trasferibilità delle skillsacquisite.

L’art. 6, sull’impresa sociale, infine, oltre ai principi e ai criteri direttivi orientati alle modalità organizzative dell’impresa sociale, propone la ridefinizione delle categorie di lavoratori svantaggiati, tenendo conto delle nuove forme di esclusione sociale, anche con riferimento ai principi di pari opportunità e non discriminazione di cui alla vigente normativa nazionale e dell’Unione europea, con una graduazione dei benefici finalizzata a favorire le categorie maggiormente svantaggiate. Ovviamente, la definizione dell’area dello svantaggio non potrà non tener conto del reg. n. 651/2014 e delle regole ivi dettate in materia di sostegno all’occupazione degli svantaggiati [11].


2. Il servizio civile universale

2.1. I principi enunciati dalla legge delega

La delega per l’istituzione del servizio civile universale, che sostituisce quello civile nazionale istituito nel 2001, è contenuta, come già detto, nell’art. 8, legge n. 106/2016 ed è stata esercitata con l’emanazione del d.lgs. n. 40/2017. Giova ribadire che il servizio civile universale è finalizzato, ai sensi degli artt. 52, comma 1, e 11 Cost., alla difesa non armata della patria e alla promozione dei valori fondativi della Repubblica, anche con riferimento agli artt. 2 e 4, comma 2, Cost. Come si può notare, i riferimenti costituzionali elevano il servizio civile universale a modalità elettiva di difesa non armata (e quindi anche non violenta) della Patria, all’interno delle formazioni sociali ove si sviluppa la personalità umana ed in omaggio al dovere sociale posto in capo ad ogni cittadino di contribuire al progresso materiale e spirituale della società, secondo le proprie possibilità e la propria scelta.

Il servizio civile dovrà prevedere un meccanismo di programmazione [12], di norma triennale (il c.d. Piano triennale), dei contingenti di giovani italiani e stranieri regolarmente soggiornanti, di età compresa tra 18 e 28 anni, che possono esservi ammessi tramite bando pubblico e di procedure di selezione e avvio dei giovani, improntate a principi di semplificazione, trasparenza e non discriminazione.

Inoltre, il decreto delegato dovrà definire lo status giuridico dei giovani ammessi al servizio civile universale, con l’instaurazione fra i giovani e lo Stato di uno specifico rapporto di servizio civile non assimilabile al rapporto di lavoro, e l’esclusione di tale prestazione da ogni imposizione tributaria.

Dal punto di vista delle competenze, allo Stato vengono attribuite le funzioni di programmazione, organizzazione, accreditamento e controllo del servizio civile uni­versale, nonché la realizzazione, con il coinvolgimento delle regioni, dei programmi da parte di enti locali, altri enti pubblici territoriali ed ETS [13]. A loro volta regioni, enti locali, altri enti pubblici territoriali e ETS hanno facoltà di attivare autonomamente progetti di servizio civile con risorse proprie, da realizzare presso soggetti accreditati [14]. In particolare, le Regioni e le PATB sono coinvolte dallo Stato in mo­menti concertativi e di condivisione delle scelte strategiche, oltre a poter svolgere alcune importanti funzioni, quali l’erogazione di formazione al personale degli enti di servizio civile universale, anche avvalendosi di enti di servizio civile universale dotati di una specifica professionalità; ovvero il controllo sulle attività e la valutazione sui risultati, oltre che attività ispettiva presso gli enti di servizio civile universale.

Al fine di non disincentivare la scelta del servizio civile da parte dei giovani, la delega chiarisce sin da subito che il servizio abbia una durata non inferiore a otto mesi complessivi e, comunque, non superiore a un anno, che contemperi le finalità del servizio con le esigenze di vita e di lavoro dei giovani coinvolti, oltre alla possibilità che il servizio sia prestato, in parte, in uno degli Stati membri dell’Unione europea nonché, per iniziative riconducibili alla promozione della pace e della nonviolenza e alla cooperazione allo sviluppo, anche nei Paesi situati al di fuori dell’Unione europea.

Fondamentale, infine, per il legislatore delegante è il riconoscimento e la valorizzazione delle competenze acquisite durante l’espletamento del servizio civile universale in funzione del loro utilizzo nei percorsi di istruzione e in ambito lavorativo.


2.2. Il decreto attuativo n. 40/2017

L’attuazione della delega, esercitata con il d.lgs. n. 40/2017, che non si interseca con il d.lgs. n. 117/2017 sulla disciplina del Terzo settore [15], tiene ovviamente conto dei principi e criteri direttivi innanzi richiamati, confermando la funzionalizzazione del servizio civile universale alla difesa non armata, all’educazione, alla pace tra i po­poli ed alla promozione dei valori fondativi della Repubblica, nell’ottica tipicamente solidaristica al fondo degli artt. 2 e 4, comma 2, Cost.

a) I settori di intervento non possono che essere perfettamente sintonici rispetto alle finalità istituzionali del servizio, per cui le attività ad esso riconducibili vanno realizzate nel campo della assistenza, protezione civile, patrimonio ambientale e riqualificazione urbana; patrimonio storico, artistico e culturale; educazione e promozione culturale e dello sport; agricoltura in zona di montagna; agricoltura sociale e biodiversità; promozione della pace tra i popoli, della non violenza, e della difesa non armata; promozione e tutela dei diritti umani; cooperazione allo sviluppo; promozione della cultura italiana all’estero; sostegno alle comunità di italiani all’estero.

b) A livello di competenze, il vero braccio esecutivo è costituito dagli enti di servizio civile universale (soggetto pubblico, ma potrebbe anche essere privato) iscritti all’albo degli enti di servizio civile universale, aggregabili anche sotto forma di reti di soggetti, con il compito di presentare i programmi di intervento e curarne la realizzazione [16]. Inoltre, essi provvedono alla selezione, alla gestione amministrativa e al­la formazione degli operatori volontari; attuano la formazione dei formatori; svolgono le attività di comunicazione, nonché quelle propedeutiche per il riconoscimento e la valorizzazione delle competenze acquisite dagli operatori volontari durante lo svolgimento del servizio [17]. A loro volta gli enti possono iscriversi al relativo albo (distinto in sezioni regionali), istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, ovviamente senza nuovi e maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato [18].

I servizi operano attraverso la c.d. “Sede di attuazione”, cioè una articolazione organizzativa dell’ente di servizio nella quale si svolgono le attività previste nel progetto, ovvero attraverso un’articolazione organizzativa di altri enti, pubblici o privati, con i quali vengono raggiunti specifici accordi.

Le attività svolte dagli operatori volontari sono realizzate con il coinvolgimento di personale dell’ente in possesso di idonei titoli di studio, o di qualificata esperienza nelle relative funzioni, ovvero che abbia effettuato specifici corsi di formazione, essendo evidente che nulla deve essere lasciato al caso o all’approssimazione.

Last but not least, gli operatori volontari del servizio civile universale, e cioè i giovani ammessi a svolgerlo a seguito di bandi pubblici di selezione, svolgono le attività previste nell’ambito dei progetti, nel rispetto di quanto stabilito dal contratto di servizio propedeutico al servizio stesso e dalla normativa in materia di servizio civile universale.

Gli operatori hanno proprie rappresentanze regionali e nazionale [19], sulla cui fun­zione si manifesta un certo scetticismo poiché la partecipazione ad esse non dà luogo alla corresponsione di indennità, compensi, rimborsi spese o altri emolumenti co­munque denominati, per cui si tratta di un compito che sottrae non solo tempo al­l’operatore, ma anche risorse proprie, basti pensare all’eventuale componente che deb­ba sobbarcarsi i costi di viaggio per le riunioni delle rispettive rappresentanze, salvo a non pensare a modalità di gestione degli incontri da remoto.

Completa il panorama degli organi competenti la Consulta nazionale, quale organismo di consultazione, riferimento e confronto in ordine alle varie questioni che possono insorgere [20].

Il servizio può svolgersi in Italia o all’estero.

Nel primo caso, i soggetti ammessi a svolgerlo, nella percentuale individuata nel Documento di programmazione finanziaria, possono effettuare un periodo, fino a tre mesi, in uno dei Paesi membri dell’Unione europea, ovvero usufruire per il medesimo periodo di un tutoraggio finalizzato a facilitare l’accesso al mercato del lavoro, secondo le modalità individuate nei programmi di intervento annuali [21].

Il servizio beneficia del sostegno economico assicurato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri che eroga contributi finanziari agli enti, nei limiti delle risorse annualmente assegnate al Fondo nazionale per il servizio civile [22], a parziale copertura delle spese sostenute per le attività di formazione generale degli operatori volontari, per quelle connesse all’impiego di giovani con minori opportunità, nonché per quelle di tutoraggio.

Si tratta di forme di finanziamento funzionali ad assicurare, mediante una maggiore capacità operativa degli enti, un incremento della qualità dell’intervento e adeguati livelli qualitativi delle attività formative, nonché l’accrescimento delle conoscenze degli operatori volontari.

L’istituto in esame sembra essere un nuovo strumento per migliorare le capabilities dei giovani, per prepararli al lavoro, ad un ambiente relazionale, stimolandone l’a­dattabilità, quasi una nuova forma di politica attiva del lavoro, caratterizzata da trasveralità, polifunzionalità e orientata ai valori costituzionali più nobili.

Analogo sostegno è assicurato anche per il servizio civile svolto all’estero, in questo caso per un periodo non inferiore a sei mesi, nell’ambito di programmi di intervento realizzati per iniziative riconducibili alla promozione della pace e della nonviolenza nonché alla cooperazione allo sviluppo [23].

Diversamente da quello svolto in Italia, i finanziamenti afferiscono alla parziale copertura delle spese sostenute per le attività di gestione degli operatori volontari, ivi compresa la fornitura del vitto e dell’alloggio in relazione all’area geografica. Inoltre, v’è anche una copertura per le attività di formazione generale e di gestione degli interventi e per la polizza assicurativa sanitaria. Sostanzialmente, quindi, il servizio svolto all’estero appare essere più vicino ad un’esperienza di arricchimento umano che non ad una vera e propria attività propedeutica al lavoro, anche se a livello curriculare sono molto apprezzati i candidati ad un impiego che abbiano svolto periodi di studio, formazione o lavoro in paesi stranieri. Ulteriori contributi sono erogati al fine di assicurare, attraverso una maggiore capacità operativa degli enti, un incremento della qualità dell’intervento, nonché garantire agli operatori volontari adeguati livelli qualitativi delle attività formative in relazione ai Paesi di attuazione dell’intervento, oltre che salute, sicurezza ed accrescimento delle conoscenze.


2.3. Il servizio civile

Lo svolgimento del servizio, come previsto dalla delega, è su base volontaria ed è consentito ai giovani italiani, ai cittadini di Paesi appartenenti all’Unione europea e agli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia, che abbiano compiuto il diciottesimo e non abbiano superato il ventottesimo anno di età e che non abbiano già svolto il servizio stesso ovvero il servizio civile nazionale [24].

La finalità dell’istituto inibisce l’accesso agli appartenenti ai Corpi militari e alle Forze di polizia; per altro verso costituisce causa di esclusione l’aver riportato condanna, in Italia o all’estero, anche non definitiva, alla pena della reclusione superiore ad un anno per delitto non colposo ovvero ad una pena anche di entità inferiore per un delitto contro la persona o concernente detenzione, uso, porto, trasporto, importazione o esportazione illecita di armi o materie esplodenti ovvero per delitti riguardanti l’appartenenza o il favoreggiamento a gruppi eversivi, terroristici, o di cri­minalità organizzata [25]. La previsione della condanna, anche non definitiva, non inibisce la presentazione della domanda da parte degli aventi diritto quando indagati, o imputati in primo grado, per reati che possano produrre la successiva esclusione in caso di sopraggiunta condanna.

L’accesso è affidato ad una procedura di selezione con bando pubblico, al cui esito i vincitori selezionati dall’ente accreditato per accedere al servizio sottoscrivono un contratto con la Presidenza del Consiglio dei ministri in forza del quale si instaura il rapporto di servizio civile universale, expressis verbis non assimilabile ad alcuna forma di rapporto di lavoro di natura subordinata o parasubordinata e che non comporta la sospensione e la cancellazione dalle liste di collocamento o dalle liste di mobilità.

Ancora una volta, il legislatore non eccelle per tecnicismo e precisione nell’uso del linguaggio giuridico, come emerge proprio dalla disciplina del rapporto di servizio.

Senza volerci soffermare a lungo sulla qualificazione giuridica dell’istituto non destano più di tanto sconcerto i riferimenti alle liste di collocamento e alle liste di mobilità appartenenti al passato del diritto del mercato del lavoro.

Inoltre, l’esplicita non assimilabilità del rapporto di servizio ad alcuna forma di rapporto subordinato o parasubordinato costituisce deroga, sia pure motivata, al principio di indisponibilità del tipo contrattuale, escludendosi una costituzione forzosa del rapporto di lavoro tra lo Stato (la Presidenza del Consiglio) e il giovane, al pari di quanto avviene negli altri casi di rapporti precari patologicamente gestiti dai dirigenti delle p.a. che al massimo danno luogo a danno risarcibile (danno comunitario).

Il contratto recante la data di inizio del servizio attestata dal responsabile del­l’ente, prevede il trattamento giuridico ed economico, nonché le norme di comportamento alle quali l’operatore volontario deve attenersi e le relative sanzioni. Una re­gola è sicuramente il divieto di svolgere attività di lavoro subordinato o autonomo, se incompatibile con il corretto espletamento del servizio civile universale.

Per rendere ancora più appetibile lo svolgimento del servizio gli assegni attribuiti agli operatori sono considerati redditi derivanti dalle assunzioni di obblighi di fare, non fare o permettere, e sono esenti da imposizioni tributarie e non sono imponibili ai fini previdenziali, con una evidente differenza rispetto al trattamento tributario e contributivo riservato al servizio militare di leva (o al servizio civile sostitutivo per gli obiettori di coscienza), che dà luogo ad accredito contributivo figurativo.

Viene esplicitamente assicurato agli operatori volontari il diritto alla formazione, di durata complessiva non inferiore a ottanta ore, articolata in formazione generale, di durata minima di trenta ore, e in formazione specifica, di durata minima di cinquanta ore e commisurata alla durata e alla tipologia del programma di intervento [26]; quindi, su un tempo di servizio pari al massimo ad un anno l’operatore ha diritto sicuramente a due settimane di formazione che, salvo che il periodo di formazione non sia incrementato, appare decisamente esiguo. A ben guardare, sarebbe stato opportuno prevedere una proporzione esplicita tra la durata del servizio e quella dell’obbligo for­mativo a vantaggio dell’operatore.

Un ulteriore elemento da segnalare è costituito dall’orario di svolgimento del ser­vizio, articolato in un impegno settimanale complessivo di 25 ore, ovvero di 1145 ore nei dodici mesi e di 765 ore negli otto mesi. Si tratta, come si vede, di un impegno part-time, compatibile con attività di studio, formazione o lavoro, quando queste ultime non sono incompatibili a priori.

Quanto al trattamento economico e giuridico, ai giovani ammessi a svolgere il ser­vizio è corrisposto un assegno mensile, incrementato da eventuali indennità in caso di servizio civile all’estero, nella misura prevista dal Documento di programmazione finanziaria dell’anno di riferimento, incrementato biennalmente sulla base degli indici ISTAT. In fase di prima applicazione, l’assegno mensile è quello corrisposto alla data di entrata in vigore del d.lgs. n. 40/2017 ai volontari in servizio civile nazionale, in Italia e all’estero [27].

L’assegno mensile viene corrisposto nel rispetto dei criteri di effettività del servizio svolto (quindi si presume che in caso di mancato svolgimento delle ore settimanali o annue esso venga decurtato), tracciabilità (i pagamenti non possono che av­venire con mezzi tracciabili quali bonifici o assegni), pubblicità delle somme erogate (si presume che saranno poste on line le generalità di chi espleta il servizio e le somme erogate in loro favore) e semplificazione degli adempimenti amministrativi mediante il ricorso a procedure informatiche.

Come già detto, lo svolgimento del servizio non è incompatibile in assoluto con l’attività di lavoro, tanto che è consentito agli operatori iscritti al FPLD e alle gestioni speciali dei lavoratori autonomi, nonché a quelli iscritti ai fondi sostitutivi ed esclusivi dell’assicurazione generale obbligatoria IVS ed alla c.d. gestione separata, di riscattare i periodi corrispondenti al servizio civile universale su base volontaria, in tutto (nel caso in cui il servizio sostituisca in assoluto la prestazione lavorativa) o in parte (si pensi ad un part time verticale con servizio svolto nei giorni di mancata esecuzione della prestazione), senza oneri a carico del Fondo nazionale per il servizio civile, e sempre che gli stessi non siano già coperti da contribuzione in alcuno dei regimi stessi. Il riscatto può avvenire in unica soluzione ovvero in centoventi rate mensili senza l’applicazione di interessi per la rateizzazione.

L’assistenza sanitaria è a carico del Servizio sanitario nazionale. Per i periodi di servizio in Paesi extra-UE l’assistenza è garantita mediante polizze assicurative stipulate dagli enti che realizzano i programmi di intervento.

È anche prevista la tutela della maternità, con l’applicazione degli artt. 16 e 17, d.lgs. 26 marzo 2001, n. 151, con erogazione dell’assegno ridotto di un terzo dalla data di sospensione del servizio a quella della sua ripresa.

Fuori del rapporto di servizio, ai volontari viene poi assicurata una tutela nel mercato (art. 18, d.lgs. n. 40/2017), prevedendosi crediti formativi universitari ed inserimento nel mondo del lavoro, In particolare, ai fini del conseguimento di titoli di studio le Università possono riconoscere, nei limiti previsti dalla normativa vigente, crediti formativi a favore degli operatori volontari che hanno svolto attività di servizio civile universale rilevanti per la crescita professionale e per il curriculum degli studi.

Ad un accordo in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano è affidata la definizione dei criteri per il riconoscimento e la valorizzazione delle competenze acquisite dagli operatori volontari durante lo svolgimento del servizio civile universale, in funzione del loro utilizzo nei percorsi di istruzione e in ambito lavorativo.

Inoltre, lo Stato, le regioni e le Province autonome, nei limiti delle rispettive competenze, possono stipulare convenzioni con associazioni di imprese private, con associazioni di rappresentanza delle cooperative e con altri enti senza finalità di lucro, al fine di favorire il collocamento al lavoro dei giovani che hanno svolto il servizio civile universale.

Uno stimolo importante verso il servizio civile universale è poi costituito dalla sua valutazione nei pubblici concorsi con le stesse modalità e lo stesso valore del servizio prestato presso amministrazioni pubbliche. Inoltre, il servizio civile universale completato senza demerito [28] può costituire titolo di preferenza ai fini della compilazione delle graduatorie di merito dei concorsi pubblici relativi all’accesso nelle carriere iniziali, ferme restando le riserve di posti previste dalla normativa vigente.

Il concetto di “demerito” è chiarito dallo stesso d.lgs. n. 40/2017, venendo associato alla cessazione anticipata del rapporto (senza specificare se per volontà dell’o­peratore o della Presidenza del Consiglio dei ministri), con decadenza dai benefici previsti dall’art. 18, d.lgs. n. 40/2017, salva l’ipotesi in cui detta interruzione avvenga per documentati motivi di salute, per causa di servizio o di forza maggiore e il periodo di servizio prestato sia pari ad almeno sei mesi. Ovviamente, al demerito è riconducibile anche la causa di esclusione per una condanna, in Italia o all’estero, anche non definitiva alla pena della reclusione superiore ad un anno per delitto non colposo ovvero ad una pena anche di entità inferiore per un delitto contro la persona o concernente detenzione, uso, porto, trasporto, importazione o esportazione illecita di armi o materie esplodenti ovvero per delitti riguardanti l’appartenenza o il favoreggiamento a gruppi eversivi, terroristici, o di criminalità organizzata

Una valutazione complessiva del servizio civile universale consente di condividere l’opinione di chi lo qualifica «come un metodo di ausilio alla costruzione di relazioni tra individuo e comunità, acquisizione di soft skill ed esperienza di crescita personale e professionale, reali elementi di occupabilità in un mercato del lavoro sempre più globalizzato e concorrenziale» [29].


3. La riforma del Terzo settore

La parte più cospicua per l’attuazione del Social Act è rappresentata sicuramente dal d.lgs. 3 luglio 2017, n. 117, recante il “Codice del Terzo settore, a norma del­l’articolo 1, comma 2, lettera b), della legge 6 giugno 2016, n. 106”, con cui si provvede al riordino e alla revisione organica della disciplina in materia di ETS, funzionale al sostegno dell’autonoma iniziativa dei cittadini che concorrono, anche in forma associata, a perseguire il bene comune, all’elevazione dei livelli di cittadinanza attiva, di coesione e protezione sociale, a favorire la partecipazione, l’inclu­sione e il pieno sviluppo della persona, e a valorizzare il potenziale di crescita e di occupazione lavorativa, in attuazione degli artt. 2, 3, 4, 9, 18 e 118, comma 4, Cost.

Si riconosce così il valore e la funzione sociale degli ETS, dell’associazionismo, dell’attività di volontariato e della cultura e pratica del dono quali espressione di partecipazione, solidarietà e pluralismo, promuovendone lo sviluppo, salvaguardandone la spontaneità ed autonomia, e favorendone l’apporto originale per il perseguimento di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, anche mediante forme di collaborazione con lo Stato, le Regioni, le Province autonome e gli enti locali.

Si tratta di un provvedimento di ampio respiro, dal campo di applicazione pressoché generalizzato, operando, in assenza di deroghe espresse ed in quanto compatibili, anche per le categorie di ETS che hanno una disciplina particolare Per i profili non disciplinati dal d.lgs. n. 117/2017, agli ETS si applicano, sempre in quanto com­patibili, le norme del Codice civile e le relative disposizioni di attuazione.

Prima di illustrare la disciplina lavoristica presente nel d.lgs. n. 117/2017, è indispensabile una sintetica ricostruzione di quella generale, fermo restando che la riforma non è immediatamente operativa [30].

In primo luogo, va evidenziato il campo di applicazione che abbraccia una serie di soggetti privati individuati dall’art. 4, comma 1, d.lgs. n. 117/2017 [31], negando detta qualificazione ad amministrazioni pubbliche, nonché a soggetti privati caratterizzati da finalità specifiche [32].

Una posizione ad hoc ricoprono gli enti religiosi civilmente riconosciuti ai quali le norme del d.lgs. n. 117/2017 si applicano limitatamente allo svolgimento delle at­tività di interesse generale, a condizione che per esse sia adottato un regolamento, in forma di atto pubblico o scrittura privata autenticata, che, ove non diversamente previsto ed in ogni caso nel rispetto della struttura e della finalità di tali enti, recepisca le norme del d.lgs. n. 117/2017, e sia depositato nel Registro unico nazionale del Terzo settore [33], come disciplinato dagli artt. 45-54.

Come anticipato gli ETS, diversi dalle imprese sociali incluse le cooperative sociali, esercitano in via esclusiva o principale attività di interesse generale per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale [34], cui si possono affiancare altre attività, definite diverse. A differenza di quelle generali pedissequamente elencate, le attività diverse non lo sono ed il loro esercizio è comunque condizionato a limiti e vincoli da definire con emananda decretazione ministeriale [35].

Uno dei profili più controversi della disciplina degli enti del Terzo settore è quello finanziario e patrimoniale. Infatti, sia la raccolta di fondi, sia la destinazione dei medesimi alla realizzazione di obiettivi formalmente commendevoli, a volte hanno rappresentato modalità di riciclaggio di denaro proveniente da attività illecite, ovvero semplice “paravento” economico per ordinarie attività caratterizzate sostanzialmente dallo scopo di lucro. Proprio per stanare questi fenomeni illeciti la riforma del Terzo settore ha adottato una specifica disciplina in tema di raccolta fondi [36], in conformità ad emanande linee guida [37], che oltre a prevedere la destinazione esclusiva del patrimonio dell’ente per lo svolgimento dell’attività statutaria ai fini dell’esclusivo perseguimento di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, vietano in modo assoluto la distribuzione, anche indiretta, di utili ed avanzi di gestione, fondi e riserve comunque denominate a fondatori, associati, lavoratori e collaboratori, amministratori ed altri componenti degli organi sociali, anche nel caso di recesso o di ogni altra ipotesi di scioglimento individuale del rapporto associativo. Tale divieto è pesantemente sanzionato a carico dei rappresentanti legali e dei componenti degli organi amministrativi [38].

Al fine di evitare dubbi qualificatori su quest’ultimo punto, l’art. 3, comma 2, d.lgs. n. 117/2017, stila un lungo elenco di elargizioni che si presumono iuris et de iure riconducibili a distribuzione indiretta di utili tra le quali si segnalano, per quanto di interesse:

a) la corresponsione ad amministratori, sindaci e a chiunque rivesta cariche sociali di compensi individuali non proporzionati all’attività svolta, alle responsabilità assunte e alle specifiche competenze o comunque superiori a quelli previsti in enti che operano nei medesimi o analoghi settori e condizioni. Ciò vuol dire che gli incarichi statutari non sono onorifici, ma remunerati, sebbene il compenso da erogare non debba assumere funzioni distoniche (es. para-societarie) rispetto agli obiettivi di un ente operante nel Terzo settore;

b) la corresponsione a lavoratori subordinati o autonomi di retribuzioni o compensi superiori del 40% rispetto a quelli previsti, per le medesime qualifiche, dai contratti collettivi di cui all’art. 51 del d.lgs. 15 giugno 2015, n. 81, salvo comprovate esigenze attinenti alla necessità di acquisire specifiche competenze ai fini dello svolgimento delle attività di interesse generale di cui all’art. 5, comma 1, lett. b), g), h). Al pari di quanto detto a margine della lett. a), il riferimento standard dal punto di vista tariffario per l’erogazione della retribuzione o dei compensi ai dipendenti degli enti del Terzo settore resta la contrattazione collettiva di settore (ovviamente, molto ampio è il rinvio all’art. 51, d.lgs. n. 81/2015); si ammette, quindi, la possibilità di “superminimi”, ma essi non devono apparire irragionevoli, con una percentualizzazione massima e secca. Più complicata è la gestione dei compensi dei lavoratori autonomi, atteso che non v’è un riferimento univoco assimilabile a quello stabilito per i lavoratori dipendenti. In teoria si potrebbero utilizzare i minimi tariffari previsti dagli ordini professionali, ovvero quelli stabiliti dalle CCIAA.

Per converso, per effetto della miniriforma di settore, varata con il d.lgs. 20 luglio 2018, n. 95, non si considera distribuzione, neanche indiretta, di utili ed avanzi di gestione la ripartizione ai soci di ristorni correlati ad attività di interesse generale di cui all’art. 2, effettuata ai sensi dell’art. 2545 sexies c.c. e nel rispetto di condizio­ni e limiti stabiliti dalla legge o dallo statuto, da imprese sociali costituite in forma di società cooperativa, a condizione che lo statuto o l’atto costitutivo indichi i criteri di ripartizione dei ristorni ai soci proporzionalmente alla quantità e alla qualità degli scambi mutualistici e che si registri un avanzo della gestione mutualistica [39]. Appare evidente la volontà del legislatore di non precludere, sebbene a determinate condizioni, quanto è già consentito alle società cooperative dalla legge n. 142/2001 (art. 3).

Il d.lgs. n. 117/2017 disciplina le modalità di costituzione dell’ente e lo statuto (art. 21), le modalità di acquisizione della personalità giuridica (art. 22), l’ordina­mento e l’amministrazione dell’ente (artt. 23-31) e le particolari categorie di enti ap­partenenti al Terzo settore, come le ODV (artt. 32-34), le associazioni di promozione sociale – da ora APS (artt. 35-36), gli enti filantropici (artt. 37-39), le imprese sociali (a loro volta disciplinate dal d.lgs. n. 112/2017), le cooperative sociali ed i loro consorzi (già disciplinate dalla legge n. 381/1991), le reti associative (art. 41) e le società di mutuo soccorso (a loro volta trasformate in associazioni del Terzo settore, ex art. 42 ss.).

Una menzione, in relazione alle funzioni di promozione del volontariato loro attribuite dal d.lgs. n. 117/2017, va fatta ai Centri di servizio per il volontariato (c.d. CSV), di cui agli artt. 61 ss., d.lgs. n. 117/2017.

Sotto il profilo incentivante, meritano di essere richiamate le disposizioni che prevedono forme di accesso al credito agevolato in favore degli ETS (art. 67); il riconoscimento del privilegio generale sui beni mobili del creditore ai sensi dell’art. 2751 bis c.c., collocandolo subito dopo i crediti di cui alla lett. c), del comma 2 dell’art. 2777 c.c. (art. 68); la promozione dell’accesso al FSE da parte dello Stato e delle Regioni in favore degli ETS (art. 69); la possibilità di utilizzazione non onerosa di beni mobili e immobili pubblici per manifestazioni e iniziative temporanee degli enti del Terzo settore, nel rispetto dei principi di trasparenza, pluralismo e uguaglianza (art. 70); del pari possono essere ceduti per durate significative (massimo 30 anni) agli ETS beni in comodato d’uso non utilizzati per fini istituzionali per lo svolgimento delle attività istituzionali degli enti (si pensi alle sedi di molte associazioni di volontariato ex art. 71).

Come già innanzi anticipato, un profilo decisamente delicato attiene alla gestione delle risorse finanziarie.

In primo luogo, gli ETS possono attingere al Fondo per il finanziamento di progetti e attività di interesse generale nel Terzo settore, ex art. 72, d.lgs. n. 117/2017, per lo svolgimento di iniziative di interesse generale, secondo atti di indirizzo annuali determinati dal Ministro del Lavoro, con i quali si individuano i soggetti attuatori degli interventi finanziabili, cui si aggiungono altre risorse finanziarie specificamente destinate al sostegno degli ETS, ai sensi del successivo artt. 73 e 74, d.lgs. n. 117/2017.

Una parte delle risorse in questione è finalizzata espressamente alla formazione degli associati, come previsto dall’art. 75, d.lgs. n. 117/2017.

Peculiare, poi, è la modalità di finanziamento pseudo-obbligazionaria, prevista dall’art. 77, d.lgs. n. 117/2017, che per favorire il finanziamento ed il sostegno delle attività degli ETS consente agli istituti di credito autorizzati ad emettere specifici “titoli di solidarietà”, e cioè obbligazioni ed altri titoli di debito, non subordinati, non convertibili e non scambiabili, che non conferiscono il diritto di sottoscrivere o acquisire altri tipi di strumenti finanziari e non sono collegati ad uno strumento derivato, nonché certificati di deposito consistenti in titoli individuali non negoziati nel mercato monetario. Peraltro, i titoli in questione beneficiano di un peculiare regime fiscale.

È stato disciplinato a livello fiscale anche il c.d. social lending, cioè il fenomeno dei prestiti e dei finanziamenti on line agli ETS (art. 78).

Sul profilo fiscale, come innanzi anticipato, il legislatore delegato ha appuntato la propria attenzione. Infatti, per gli ETS, diversi dalle imprese sociali, è stata prevista una disciplina ad hoc, dettata dagli artt. 79 ss., d.lgs. n. 117/2017 e dal Titolo II del TUIR, in quanto compatibili tra loro, distinguendosi tra attività commerciali e non commerciali [40] e tra attività destinate alla formazione del reddito dell’ETS e quelle escluse espressamente dal medesimo [41]. Il legislatore delegato, per finalità di semplificazione, ha anche previsto la possibilità che gli ETS non commerciali possano optare annualmente per la determinazione forfettaria del reddito d’impresa,con specifici coefficienti di redditività, direttamente proporzionali ai ricavi conseguiti.

Sempre per finalità di promozione del Terzo settore è istituito il c.d. Social bonus (art. 81), cioè un credito d’imposta pari al 65% delle erogazioni liberali in denaro effettuate da persone fisiche e del 50% se effettuate da enti o società in favore degli enti del Terzo settore, che hanno presentato al Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali un progetto per sostenere il recupero degli immobili pubblici inutilizzati e dei beni mobili e immobili confiscati alla criminalità organizzata assegnati ai suddetti enti del Terzo settore e da questi utilizzati esclusivamente per lo svolgimento di attività generali con modalità non commerciali.

Altre disposizioni sono previste in materia di imposte indirette e tributi locali (art. 82, che tiene conto del regime de minimis), nonché in tema di detrazioni e deduzioni per erogazioni liberali (art. 83).

Speciali disposizioni sono previste per la tenuta e la conservazione delle scritture contabili (art. 87).

Altrettanto corposo è l’apparato normativo dettato in materia di controlli, coordinamento e vigilanza sugli enti del Terzo settore (artt. 90 ss.).

Il d.lgs. n. 117/2017 apporta, altresì, modifiche in materia di trasformazione, fusione e scissione degli ETS, introducendo nel codice civile l’art. 42 bis.

Una funzione di supporto all’intero Terzo settore è assicurata dai CSV, che possono svolgere, tra l’altro, attività di supporto tecnico, formativo ed informativo al fine di promuovere e rafforzare la presenza ed il ruolo dei volontari negli enti del Terzo settore. In particolare, i CSV assolvono ad una lata funzione promozionale del volontariato sul territorio di riferimento, erogando anche servizi di formazione, fi­nalizzati a qualificare i volontari o coloro che aspirino ad esserlo, acquisendo maggiore consapevolezza dell’identità e del ruolo del volontario e maggiori competenze trasversali, progettuali, organizzative a fronte dei bisogni della propria organizzazione e della comunità di riferimento. Inoltre, i CSV svolgono servizi di consulenza, assistenza qualificata ed accompagnamento, finalizzati a rafforzare competenze e tutele dei volontari negli ambiti giuridico, fiscale, assicurativo, del lavoro, progettuale, gestionale, organizzativo, della rendicontazione economico-sociale, della ricerca fondi, dell’accesso al credito, nonché strumenti per il riconoscimento e la valorizzazione delle competenze acquisite dai volontari medesimi; infine, è prevista l’eroga­zione anche di servizi di informazione e comunicazione, finalizzati a incrementare la qualità e la quantità di informazioni utili al volontariato, a supportare la promozione delle iniziative di volontariato, a sostenere il lavoro di rete degli enti del Terzo settore tra loro e con gli altri soggetti della comunità locale per la cura dei beni comuni, ad accreditare il volontariato come interlocutore autorevole e competente.

Alla base dell’erogazione dei servizi dei CSV v’è il rispetto di principi strategici, come quello di qualità, di economicità, di territorialità e di prossimità, di universalità, non discriminazione e pari opportunità di accesso, di integrazione ed infine di pubblicità e trasparenza.


4. Lavoro e volontariato nella riforma del Terzo settore

La riforma organica del Terzo settore non poteva non riguardare anche l’attività lavorativa prestata al suo interno, sia dai lavoratori subordinati, sia dai volontari.

Sotto questo profilo vanno tenute distinte le ODV (organizzazioni di volontariato) e le APS (associazioni di promozione sociale), in ragione dei soggetti a favore dei quali le attività sono svolte. Infatti, le APS svolgono attività in favore dei propri associati, di loro familiari o di terzi, mentre le ODV espletano la propria attività prevalentemente in favore di terzi (art. 32).

Con riferimento alle ODV, possono assumere lavoratori dipendenti o avvalersi di prestazioni di lavoro autonomo o di altra natura esclusivamente nei limiti necessari al loro regolare funzionamento oppure nei limiti occorrenti a qualificare o specializzare l’attività svolta. In ogni caso, il numero dei lavoratori impiegati non può essere superiore al 50% del numero dei volontari, senza alcuna specificazione del­l’impiego orario dei primi rispetto ai secondi, non prevedendosi il riproporzionamento in caso di part time. Tale rigido rapporto percentuale tra lavoratori e volontari pone l’interrogativo su cosa accada ove venga superata la percentuale. A benguardare due sono le possibilità: aumentare il numero di volontari, ovvero licenziare i la­voratori eccedentari rispetto alla citata percentuale, in quanto sovrannumerari. Nel silenzio del d.lgs. n. 117/2017, la scelta non è scontata, poiché dipende dal tipo di situazione non solo economica, ma complessiva dell’ETS.

L’art. 16, d.lgs. n. 117/2017, come detto, prevede che i lavoratori degli ETS abbiano diritto ad un trattamento economico e normativo non inferiore a quello previsto dai contratti collettivi di cui all’art. 51 del d.lgs. 15 giugno 2015, n. 81.

Tale disposizione richiama alla mente l’art. 3, comma 1, legge n. 142/2001, sul trattamento dei soci di cooperativa lavoratori subordinati, che fissa tale parametro retributivo, assistito, ex art. 6, comma 1, dal crisma dell’inderogabilità, salve le due ipotesi del piano di avviamento e di quello di crisi, ove previsti nel regolamento interno [42].

Le norme sono accomunate dalla eadem ratio, essendo finalizzate a contrastare pratiche o condotte di concorrenza sleale, pur se rischiano di generare detto fenome­no, ma a parti invertite. Peraltro, il vizio di incostituzionalità, per lesione del principio di libertà sindacale ex art. 39 Cost., escluso nel caso della clausola sociale per incentivi o appalti pubblici, qui non può essere escluso in quanto l’obbligo trattamentale afferisce non ad una facoltà, bensì alla struttura giuridica conseguente all’atti­vità svolta. In ogni caso siamo in presenza del secondo caso (il primo è quello che riguarda i soci di cooperativa) di salario minimo legale, ed anzi il minimale riguarda anche il trattamento normativo, recato dal contratto “leader [43].

In ogni caso, in ciascun ETS, la differenza di trattamento retributivo tra lavoratori dipendenti non può essere superiore al rapporto uno a otto, da calcolarsi sulla base della retribuzione annua lorda. Gli enti del Terzo settore danno conto del rispetto di tale parametro nel proprio bilancio sociale o, in mancanza, nella c.d. relazione di missione ex art. 13, comma 1, d.lgs. n. 117/2017.

La ratio di questa disposizione è fin troppo evidente. Si tratta di una norma perequativa, volta a impedire che tra le basse professionalità e quelle elevate vi siano differenze retributive eccessive; ciò non toglie che una disposizione così strutturata possa a sua volta deprimere le possibilità di attingere proprio a lavoratori altamente professionalizzati, indispensabili per realizzare gli obiettivi dell’ente [44], nella misura in cui la rigidità del rapporto “uno a otto” impedisce negoziazioni contrattuali ad hoc con questi lavoratori.

A sua volta, l’art. 16 andrebbe letto in combinato disposto con il precedente art. 8, comma 3, lett. b), che vieta la corresponsione a lavoratori subordinati o autonomi di retribuzioni o compensi superiori del 40% rispetto a quelli previsti, per le medesime qualifiche, dai contratti collettivi di cui all’art. 51 del d.lgs. 15 giugno 2015, n. 81, salvo comprovate esigenze attinenti alla necessità di acquisire specifiche competenze ai fini dello svolgimento delle attività di interesse generale di cui all’art. 5, comma 1, lett. b), g) o h), d.lgs. n. 117/2017. La differenza tra le due disposizioni è evidente: la prima ha finalità perequativa; la seconda ha funzione antifraudolenta, rispetto al divieto di distribuzione di utili.

Ad ogni modo, la determinazione della retribuzione non può che tener conto di entrambe le disposizioni.

Oltre ai dipendenti, gli ETS possono avvalersi di volontari, con obbligo di iscrizione in un apposito registro di quelli che svolgono la loro attività in modo non occasionale, ex art. 17, d.lgs. n. 117/2017.

Da un punto di vista definitorio, ai sensi dell’art. 17, d.lgs. n. 117/2017, il volontario è una persona che, per sua libera scelta, svolge attività in favore della comunità e del bene comune, anche per il tramite di un ETS, mettendo a disposizione il proprio tempo e le proprie capacità per promuovere risposte ai bisogni delle persone e delle comunità beneficiarie della sua azione, in modo personale, spontaneo e gratuito, senza fini di lucro, neanche indiretti, ed esclusivamente per fini di solidarietà. La sua attività non può essere retribuita in alcun modo nemmeno dal beneficiario ed al massimo possono essere rimborsate solo le spese effettivamente sostenute e documentate per l’attività prestata, entro limiti massimi e alle condizioni preventivamente stabilite dall’ente medesimo, vietandosi rimborsi spese di tipo forfetario.

I rimborsi spese possono essere erogati anche a fronte di una autocertificazione resa ai sensi dell’art. 46, d.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445, purché non superino l’im­porto di 10 euro giornalieri e 150 euro mensili e l’organo sociale competente deliberi sulle tipologie di spese e le attività di volontariato per le quali è ammessa questa modalità di rimborso, inibendosi l’applicazione di questa disposizione alle attività di volontariato aventi ad oggetto la donazione di sangue e di organi.

Un ragionamento sul volontariato, sul volontario e sulla sua opera non può che presupporre una visione fisiologica e non patologica del fenomeno, cioè del volontario che realmente opera nell’ODV, nell’APS o nell’IS (infra), fornendo la propria attività in modo personale, spontaneo e gratuito, senza fini di lucro, e non del volontariato che dissimuli un lavoro subordinato vero e proprio, nella speranza di entrare a far parte delle fila dei dipendenti dell’ETS dopo una “congrua” attività gratuita in favore di un ente che poco ha a che fare con le finalità al fondo della riforma.

Il meccanismo dei rimborsi forfettari, sebbene limitati a 150 euro al mese, sembra essere in grado di alimentare possibili forme di pseudo-retribuzione per i volontari, per non parlare dei rimborsi a più di lista, che potrebbero a loro volta essere artatamente “manipolati”, attingendo al consolidato meccanismo della sovrafatturazione o della falsa fatturazione con esercizi commerciali compiacenti. In quest’ulti­mo caso, non sarebbe peregrina l’idea di introdurre l’obbligo del c.d. vouchering an­che per questo genere di prestazioni, così da sterilizzare tali rischi.

Ovviamente, lo stato di volontario è incompatibile con qualsiasi forma di rapporto di lavoro subordinato o autonomo e con ogni altro rapporto di lavoro retribuito con l’ente in cui il volontario opera.

Come già innanzi detto le disposizioni in materia di volontariato presso gli ETS non si applicano agli operatori volontari del servizio civile universale, al personale impiegato all’estero a titolo volontario nelle attività di cooperazione internazionale allo sviluppo, nonché agli operatori che prestano le attività di cui alla legge 21 marzo 2001, n. 74, tutti caratterizzati da una disciplina speciale.

Viene prevista, poi, obbligatoriamente la tutela antinfortunistica e da responsabilità civile verso terzi (art. 18, d.lgs. n. 117/2017). Al fine di rendere meno oneroso e complicato l’assolvimento dell’obbligo assicurativo viene affidata ad un decreto del Ministro dello Sviluppo economico, da emanarsi di concerto con il Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali entro sei mesi dalla data di entrata in vigore del d.lgs. n. 117/2017, l’individuazione di meccanismi assicurativi semplificati, con polizze anche numeriche, e disciplina dei relativi controlli. La copertura assicurativa è elemento essenziale delle convenzioni tra gli enti del Terzo settore e le amministrazioni pubbliche, e i relativi oneri sono a carico dell’amministrazione pubblica con la quale viene stipulata la convenzione.

Al pari del servizio civile universale, anche il volontariato classico viene incentivato con politiche normative che in modo osmotico consentono il riconoscimento di queste esperienze a livello scolastico e lavorativo. In primo luogo, la promozione della cultura del volontariato viene posta a carico della p.a., sempre nei limiti delle risorse disponibili, in particolare a favore dei giovani, mediante apposite iniziative da svolgere nell’ambito delle strutture e delle attività scolastiche, universitarie ed extrauniversitarie, valorizzando le diverse esperienze ed espressioni di volontariato, anche attraverso il coinvolgimento delle organizzazioni di volontariato e di altri ETS, nelle attività di sensibilizzazione e di promozione.

All’attività di informazione e orientamento al volontariato viene associato il pos­sibile riconoscimento nel sistema di istruzione e formazione oltre che in proiezione occupazionale, delle competenze acquisite nello svolgimento di attività o percorsi di volontariato, prevedendosi un decreto del Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, emanato di concerto con il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e il Ministro per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione, previa intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni.

Anche le Università possono prevedere il riconoscimento di crediti formativi a favore degli studenti che abbiano svolto attività di volontariato certificate nelle organizzazioni di volontariato o in altri enti del Terzo settore rilevanti per la crescita professionale e per il curriculum degli studi.

A seguito, poi, della modifica dell’art. 10, comma 2, della legge 6 marzo 2001, n. 64, l’attività di volontariato, al pari di quella in passato prestata a titolo di servizio civile o servizio militare di leva, può consentire il riconoscimento di crediti for­mativi per un numero di ore regolarmente certificate, ai fini del compimento di periodi obbligatori di pratica professionale o di specializzazione, previsti per l’acquisi­zione dei titoli necessari all’esercizio di specifiche professioni o mestieri.

Con riferimento alle APS, l’art. 35, d.lgs. n. 117/2017, prevede dal punto di vista qualificatorio una condizione negativa, e cioè esclude che possano essere APS i circoli privati e le associazioni comunque denominate che: a) dispongono limitazioni con riferimento alle condizioni economiche e discriminazioni di qualsiasi natura in relazione all’ammissione degli associati o b) prevedono il diritto di trasferimento, a qualsiasi titolo, della quota associativa o che, infine, c) collegano, in qualsiasi forma, la partecipazione sociale alla titolarità di azioni o quote di natura patrimoniale.

Al pari delle ODV anche le APS possono assumere, ex art. 36, lavoratori dipendenti o avvalersi di prestazioni di lavoro autonomo o di altra natura, anche dei propri associati solo quando ciò sia necessario ai fini dello svolgimento dell’attività di interesse generale e del perseguimento delle finalità; in ogni caso, il numero dei lavoratori impiegati nell’attività non può essere superiore non solo al 50% del numero dei volontari, come già stabilito per le ODV, ma anche al 5% del numero degli associati. Infine, anche per le APS v’è l’incompatibilità tra la qualità di volontario e quella di lavoratore subordinato o autonomo e con ogni altro rapporto di lavoro retribuito con l’ente di cui il volontario è socio o associato o tramite il quale svolge la propria attività volontaria.

L’importanza del Terzo settore (recte del contributo delle ODV e delle APS) emerge soprattutto dal peculiare regime di favore previsto dall’art. 56, d.lgs. n 117/2017, in ordine alla possibilità accordata alle p.a. di contrarre con gli ETS, ricorrendo allo strumento convenzionale (convenzioni sociali), se tale formula risulta più favorevole alla p.a. rispetto al ricorso al mercato.

A ben guardare, tale istituto appare in grado di sbaragliare le ordinarie formule contrattuali ed i meccanismi previsti dal d.lgs. n. 50/2016, visto che le convenzioni devono prevedere esclusivamente il rimborso alle organizzazioni di volontariato e alle associazioni di promozione sociale delle spese effettivamente sostenute e documentate. Infatti, l’assenza di finalità lucrativa, unitamente alla presenza dell’apporto dei volontari e nonostante l’applicazione ai dipendenti dei contratti collettivi di cui all’art. 51, d.lgs. n. 81/2015, rende “comparativamente” più conveniente l’operatore del Terzo settore rispetto ad altri contraenti.

A bilanciare tale convenienza, la normativa di riferimento prevede che l’indi­viduazione delle ODV e delle APS con cui stipulare la convenzione non sia frutto di libera scelta della p.a., ma avvenga nel rispetto dei principi di imparzialità, pubblicità, trasparenza, partecipazione e parità di trattamento, mediante procedure comparative riservate alle medesime. Le ODV e le APS devono essere in possesso dei requisiti di moralità professionale, e dimostrare adeguata attitudine, da valutarsi in riferimento alla struttura, all’attività concretamente svolta, alle finalità perseguite, al numero degli aderenti, alle risorse a disposizione e alla capacità tec­nica e professionale, intesa come concreta capacità di operare e realizzare l’attivi­tà oggetto di convenzione, da valutarsi anche con riferimento all’esperienza maturata, all’organizzazione, alla formazione e all’aggiornamento dei volontari.

Inoltre, le convenzioni devono contenere disposizioni dirette a garantire l’esi­stenza delle condizioni necessarie a svolgere con continuità le attività oggetto della convenzione, nonché il rispetto dei diritti e della dignità degli utenti, e, ove previsti dalla normativa nazionale o regionale, degli standard organizzativi e strutturali di legge. Devono inoltre prevedere la durata del rapporto convenzionale, il contenuto e le modalità dell’intervento volontario, il numero e l’eventuale qualifica professionale delle persone impegnate nelle attività convenzionate, le modalità di coordinamento dei volontari e dei lavoratori con gli operatori dei servizi pubblici, le coperture assicurative antinfortunistiche e per responsabilità civile, i rapporti finanziari riguardanti le spese da ammettere a rimborso, fra le quali devono figurare necessariamente gli oneri relativi alla copertura assicurativa, le modalità di risoluzione del rapporto, forme di verifica delle prestazioni e di controllo della loro qualità, la verifica dei reciproci adempimenti, nonché le modalità di rimborso delle spese, nel rispetto del principio dell’effettività delle stesse, con esclusione di qualsiasi attribuzione a titolo di maggiorazione, accantonamento, ricarico o simili, e con la limitazione del rimborso dei costi indiretti alla quota parte imputabile direttamente all’attività oggetto della convenzione.

Si tratta, come si vede, di un nutrito apparato di cautele volte ad evitare che le convenzioni sociali vengano utilizzate per aggirare la normativa vincolistica in tema di appalti pubblici.


5. La riforma dell’impresa sociale

Il d.lgs. 3 luglio 2017, n. 112, attuando la delega di cui all’art. 2, comma 2, lett. c), legge 6 giugno 2016, n. 106, revisiona la disciplina in materia di impresa sociale, che ha destato notevole interesse a livello comunitario e nazionale per la capacità di dare risposte innovative alle attuali sfide economiche, sociali e, in certi casi, ambientali, sostenendo, al contempo, un’occupazione considerata “di qualità” (stabile e poco delocalizzabile), l’integrazione sociale, il miglioramento dei servizi locali, la coesione territoriale [45].

Il motivo di tanto interesse risiede nella formula imprenditoriale a doppia garanzia; in primis, nei confronti dei cittadini (fruitori e clienti dei servizi offerti), per motivazione valoriale di fondo e per meccanismi di partecipazione e democraticità (valori che la contraddistinguono), oltre che per un approccio gestionale ove il profitto è mezzo, e non fine, della propria attività; in secondo luogo, nei confronti dello Stato (sussidiarietà orizzontale e circolare) che si affida all’impresa sociale, la cui formula imprenditoriale offre stabilità continuativa, efficienza, efficacia ed economicità [46].

Già la norma delegante si preoccupava di formulare una prima definizione del­l’impresa sociale, tale essendo l’organizzazione privata che svolge attività d’impre­sa per le finalità genericamente perseguite dagli enti del Terzo settore, indicate a loro volta nell’art. 1, comma 1, legge n. 106/2016, con la destinazione dei propri utili prioritariamente al conseguimento dell’oggetto sociale, nei limiti di cui al successivo art. 6, comma 1, lett. d) [47]; con l’adozione di modalità di gestione responsabili e trasparenti, favorendo il più ampio coinvolgimento dei dipendenti, degli utenti e di tutti i soggetti interessati alle sue attività.

La legge delega indicava quale criterio direttivo ulteriore l’individuazione dei settori in cui può essere svolta l’attività d’impresa sociale, nell’ambito delle attività di interesse generale relative agli enti del Terzo settore, nonché l’acquisizione di diritto della qualifica di impresa sociale da parte delle cooperative sociali e dei loro consorzi.

Ai nostri fini, rileva poi, come già illustrato innanzi, il criterio della ridefinizione delle categorie di lavoratori svantaggiati tenendo conto delle nuove forme di esclusione sociale, anche con riferimento ai principi di pari opportunità e non discriminazione di cui alla vigente normativa nazionale e dell’Unione europea, prevedendo una graduazione dei benefici finalizzata a favorire le categorie maggiormente svantaggiate.

La delega, come anticipato, è stata esercitata con l’emanazione del d.lgs. n. 112/2017, il cui art. 1 consente l’acquisizione della qualifica di impresa sociale a tutti gli enti privati, inclusi quelli costituiti nelle forme di cui al Libro V del codice civile, che esercitano in via stabile e principale un’attività d’impresa di interesse generale, senza scopo di lucro e per finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, adottando modalità di gestione responsabili e trasparenti e favorendo il più ampio coinvolgimento dei lavoratori, degli utenti e di altri soggetti interessati alle loro attività. Viene inibita l’acquisizione della qualifica di impresa sociale alle società unipersonali, alle p.a., ed agli enti i cui atti costitutivi limitino, anche indirettamente, l’erogazione dei beni e dei servizi in favore dei soli soci o associati.

Non è esclusa a priori la possibilità di acquisizione della qualifica di impresa sociale agli enti religiosi civilmente riconosciuti, a condizione che per le relative attività sia adottato un regolamento, in forma di atto pubblico o scrittura privata autenticata, che, ove non diversamente previsto ed in ogni caso nel rispetto della struttura e delle finalità di tali enti, recepisca le norme del d.lgs. n. 112/2017. Per lo svolgimento delle suddette attività deve essere costituito un patrimonio destinato e devono essere tenute separatamente le scritture contabili.

Quanto alle cooperative sociali ed ai loro consorzi, già disciplinate dalla legge 8 novembre 1991, n. 381, la qualifica di imprese sociali è acquisita automaticamente, applicandosi ad esse il d.lgs. n. 112/2017 nel rispetto della normativa specifica delle cooperative ed in quanto compatibili, fermo restando l’ambito di attività di cui all’art. 1, legge n. 381/1991, come modificato dall’art. 17, comma 1, d.lgs. n. 112/2017.

La disciplina delle imprese sociali non è contenuta solo nel d.lgs. n. 112/2017, in quanto l’art. 1, comma 5, rinvia al codice del Terzo settore (d.lgs. n. 117/2017), e, in mancanza e per gli aspetti non disciplinati, alle norme del codice civile e alle relative disposizioni di attuazione concernenti la forma giuridica in cui l’impresa sociale è costituita.

L’impresa sociale esercita in via stabile e principale [48] una o più attività d’impre­sa di interesse generale per il perseguimento di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale [49]. Questa clausola di carattere generale viene declinata in modo più esaustivo dall’art. 2, comma 1, d.lgs. n. 112/2017, che indica in un corposo elenco, comunque aggiornabile [50], le seguenti attività d’impresa rilevanti:

a) interventi e servizi sociali ai sensi dell’art. 1, commi 1 e 2, della legge 8 novembre 2000, n. 328 [51], e successive modificazioni, ed interventi, servizi e prestazioni di cui alla legge 5 febbraio 1992, n. 104 [52], e successive modificazioni, e di cui alla legge 22 giugno 2016, n. 112 [53], e successive modificazioni;

b) interventi e prestazioni sanitarie;

c) prestazioni socio-sanitarie di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei mi­nistri del 14 febbraio 2001, e successive modificazioni [54];

d) educazione, istruzione e formazione professionale, ai sensi della legge 28 marzo 2003, n. 53, e successive modificazioni, nonché le attività culturali di interesse sociale con finalità educativa;

e) interventi e servizi finalizzati alla salvaguardia e al miglioramento delle condizioni dell’ambiente e all’utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali, con esclusione dell’attività, esercitata abitualmente, di raccolta e riciclaggio dei rifiuti urbani, speciali e pericolosi;

f) interventi di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e del paesaggio, ai sensi del d.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42, e successive modificazioni;

g) formazione universitaria e post-universitaria;

h) ricerca scientifica di particolare interesse sociale;

i) organizzazione e gestione di attività culturali, artistiche o ricreative di interesse sociale, incluse attività, anche editoriali, di promozione e diffusione della cultura e della pratica del volontariato, e delle attività di interesse generale di cui all’art. 5, d.lgs. n. 117/2017;

j) radiodiffusione sonora a carattere comunitario, ai sensi dell’art. 16, comma 5, della legge 6 agosto 1990, n. 223, e successive modificazioni;

k)  organizzazione e gestione di attività turistiche di interesse sociale, culturale o religioso;

l)   formazione extra-scolastica, finalizzata alla prevenzione della dispersione scolastica e al successo scolastico e formativo, alla prevenzione del bullismo ed al contrasto della povertà educativa [55];

m) servizi strumentali alle imprese sociali o ad altri enti del Terzo settore resi da enti composti in misura non inferiore al 70% da imprese sociali o da altri enti del Terzo settore;

n)  cooperazione allo sviluppo, ai sensi della legge 11 agosto 2014, n. 125, e successive modificazioni;

o)  attività commerciali, produttive, di educazione e informazione, di promozione, di rappresentanza, di concessione in licenza di marchi di certificazione, svolte nell’ambito o a favore di filiere del commercio equo e solidale, da intendersi come un rapporto commerciale con un produttore operante in un’area economica svantaggiata situata, di norma, in un Paese in via di sviluppo, sulla base di un accordo di lunga durata finalizzato a promuovere l’accesso del produttore al mercato, e che preveda il pagamento di un prezzo equo, misure di sviluppo in favore del produttore e l’obbli­go del produttore di garantire condizioni di lavoro sicure, nel rispetto delle normative nazionali ed internazionali, in modo da permettere ai lavoratori di condurre un’e­sistenza libera e dignitosa, e di rispettare i diritti sindacali, nonché di impegnarsi per il contrasto del lavoro infantile;

p)  servizi finalizzati all’inserimento o al reinserimento nel mercato del lavoro dei lavoratori e delle persone svantaggiate o molto svantaggiate [56];

q)  alloggio sociale, ai sensi del decreto del Ministro delle Infrastrutture 22 aprile 2008, e successive modificazioni nonché ogni altra attività di carattere residenziale temporaneo diretta a soddisfare bisogni sociali, sanitari, culturali, formativi o lavorativi;

r)  accoglienza umanitaria ed integrazione sociale dei migranti;

s)  microcredito, ai sensi dell’art. 111 del d.lgs. 1° settembre 1993, n. 385, e successive modificazioni;

t)   agricoltura sociale, ai sensi dell’art. 2 della legge 18 agosto 2015, n. 141, e successive modificazioni;

u) organizzazione e gestione di attività sportive dilettantistiche;

v) riqualificazione di beni pubblici inutilizzati o di beni confiscati alla criminalità organizzata.

Dal lungo elenco innanzi riportato si evince che l’impresa sociale assicura ai meno abbienti l’accesso a beni o servizi (prestazioni socio-sanitarie, educazione e ricerca, cultura e sport, inserimento nel mercato del lavoro, commercio e agricoltura sociale), altrimenti inaccessibili, che garantiscono uno standard di vita che va al di là della mera sopravvivenza.

L’attività svolta non è l’unica modalità che consente di conseguire la qualificazione di impresa sociale. Infatti, ai sensi dell’art. 2, comma 4, d.lgs. n. 112/2017, l’im­presa è sociale indipendentemente dal suo oggetto, quando per lo svolgimento del­l’attività d’impresa sono occupati:

a) lavoratori molto svantaggiati ai sensi dell’art. 2, n. 99, del reg. (UE) n. 651/2014 della Commissione, del 17 giugno 2014, e successive modificazioni [57];

b) persone svantaggiate o con disabilità ai sensi dell’art. 112, comma 2, d.lgs. 18 aprile 2016, n. 50, e successive modificazioni;

c) persone beneficiarie di protezione internazionale ai sensi del d.lgs. 19 novembre 2007, n. 251, e successive modificazioni;

d) persone senza fissa dimora iscritte nel registro di cui all’art. 2, comma 4, legge 24 dicembre 1954, n. 1228, le quali versino in una condizione di povertà tale da non poter reperire e mantenere un’abitazione in autonomia.

Come si può notare queste categorie, il cui status deve essere confortato da apposita attestazione, sono eterogenee; infatti, se la prima ha un preciso addentellato nor­mativo a livello comunitario, le altre rinviano a fonti esclusivamente interne e coprono l’area dello svantaggio, ai sensi dell’art. 4, legge n. 381/1991 [58].

L’impiego di queste categorie di soggetti è funzionale non al godimento di incentivi, ma esclusivamente al conseguimento della qualifica di impresa sociale, purché sia pari almeno al 30% dei lavoratori ed ai fini del computo di questa percentuale minima, i lavoratori molto svantaggiati non possono contare per più di un terzo e per più di 24 mesi dall’assunzione [59].

Esemplificativamente, un’impresa che voglia essere qualificata come sociale in ragione del tipo di occupati e che abbia complessivamente 100 lavoratori, deve occupare almeno 30 lavoratori appartenenti alle categorie svantaggiate, e di questi 30, non più di un terzo (quindi non più di 10) devono essere molto svantaggiati. In linea astratta, l’organico dell’impresa sociale potrebbe essere costituito anche totalmente da dipendenti appartenenti alle categorie svantaggiate, ferma restando l’insormonta­bilità del rapporto tra queste categorie ed i lavoratori molto svantaggiati [60].

Tali rapporti percentuali tendono ad una sorta di equilibrio interno alle varie “anime” dello svantaggio, evitando così che l’impresa sociale possa avvalersi solo di disoccupati, massimizzando le finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale che ne connotano la propria funzione e ratio. In questo modo, in un medesimo ente possono convivere disoccupati, disabili, rifugiati, tossicodipendenti, detenuti ed ex detenuti, persone senza fissa dimora, oltre che soggetti normodotati o socialmente ben inseriti; così le imprese sociali dimostrano non solo capacità di creazione di lavoro, ma anche di resilienza alle difficoltà del quadro economico generale, attingendo a bacini di utenza non sfruttabili da tutti i soggetti economici [61].

Al pari degli ETS, all’impresa sociale è vietata la distribuzione, anche indiretta, di utili ed avanzi di gestione, fondi e riserve comunque denominati, a fondatori, soci o associati, lavoratori e collaboratori, amministratori ed altri componenti degli organi sociali, pure nel caso di recesso o di qualsiasi altra ipotesi di scioglimento del rapporto, assimilando a distribuzione di utili la corresponsione ai lavoratori subordinati o autonomi di retribuzioni o compensi superiori del 40% rispetto a quelli previsti, per le medesime qualifiche, dai contratti collettivi di cui all’art. 51 del d.lgs. 15 giugno 2015, n. 81, salvo comprovate esigenze attinenti alla necessità di acquisire spe­cifiche competenze ai fini dello svolgimento delle attività di interesse generale [62].

Sorvolando sulla disciplina della costituzione e sugli altri profili squisitamente societari, interessanti sono le disposizioni sul coinvolgimento dei lavoratori, degli u­tenti e di altri soggetti interessati alle attività dell’impresa sociale (ad eccezione di quelle costituite nella forma di società cooperativa a mutualità prevalente e degli enti religiosi), prevedendosi che nei regolamenti aziendali o negli statuti siano stabilite adeguate forme di coinvolgimento, intendo con esso un meccanismo di consultazione o di partecipazione mediante il quale lavoratori, utenti e altri soggetti direttamente interessati alle attività (sostanzialmente i c.d. stakeholders) siano posti ingra­do di esercitare un’influenza sulle decisioni dell’impresa, con particolare riferimento alle questioni che incidano direttamente sulle condizioni di lavoro e sulla qualità dei beni o dei servizi.

Le modalità di coinvolgimento devono essere individuate dall’impresa tenendo conto, tra gli altri elementi, dei contratti collettivi di cui all’art. 51, d.lgs. 15 giugno 2015, n. 81, della natura dell’attività esercitata, delle categorie di soggetti da coinvolgere e delle dimensioni dell’impresa, in conformità a linee guida adottate con decreto del Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, sentito il Consiglio nazionale del Terzo settore.

Gli statuti devono in ogni caso disciplinare:

a) i casi e le modalità della partecipazione dei lavoratori e degli utenti, anche tra­mite loro rappresentanti, all’assemblea degli associati o dei soci;

b) nelle imprese sociali che superino due dei limiti indicati nel comma 1 dell’art. 2435 bis c.c. ridotti della metà, la nomina, da parte dei lavoratori ed eventualmente degli utenti, di almeno un componente dell’organo di amministrazione e di quello di controllo.

Alla stregua della disciplina già esaminata in relazione al lavoro nelle ODV e APS, anche i lavoratori dell’impresa sociale hanno diritto ad un trattamento economico e normativo non inferiore a quello previsto dai contratti collettivi di cui all’art. 51, d.lgs. 15 giugno 2015, n. 81 ed in ogni caso, la differenza di trattamento retributivo tra lavoratori non può essere superiore al rapporto di uno ad otto, da calcolarsi sulla base della retribuzione annua lorda, dando conto del rispetto di tale parametro nel bilancio sociale.

Anche nell’impresa sociale, ad eccezione degli enti religiosi, è ammessa la prestazione di attività di volontariato, ma il numero dei volontari, dei quali l’impresa so­ciale deve tenere un apposito registro, non può essere superiore a quello dei lavoratori, mentre nelle ODV, come già detto, il numero dei lavoratori non può essere superiore al 50% di quello dei volontari, privilegiandosi la presenza di questi ultimi.

Al pari delle ODV e delle APS l’impresa sociale deve assicurare i volontari contro il rischio di infortuni e malattie professionali, nonché per la responsabilità civile verso terzi.

Infine, le prestazioni di attività di volontariato possono essere utilizzate in misura complementare e non sostitutiva rispetto ai parametri di impiego di operatori professionali previsti dalle disposizioni vigenti, non concorrendo alla determinazione dei costi di servizio, fatta eccezione per gli oneri connessi alle citate assicurazioni [63].

Con riferimento ai profili concorsuali, in caso di insolvenza, le imprese sociali sono assoggettate alla liquidazione coatta amministrativa.

Tra le funzioni di monitoraggio, ricerca e controllo, si segnala la previsione sub art. 15, comma 2, secondo la quale il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali demanda all’Ispettorato nazionale del lavoro le funzioni ispettive, al fine di verificare il rispetto delle disposizioni del d.lgs. n. 112/2017 (non necessariamente solo quelle lavoristico – previdenziali), affidando all’INL un compito inusuale rispetto alla mission istituzionale, tanto che per l’esercizio dell’attività ispettiva nei confronti delle imprese sociali il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, sulla falsariga di quanto accade nel settore cooperativo, può avvalersi di enti associativi riconosciuti,cui aderiscano almeno mille imprese sociali iscritte nel registro delle imprese, di almeno cinque diverse regioni o province autonome, e delle associazioni di cui all’art. 3, d.lgs. 2 agosto 2002, n. 220.

Una forma di autofinanziamento del sistema delle imprese sociali è prevista dal­l’art. 16, d.lgs. n. 112/2017, che disciplina il Fondo per la promozione e lo sviluppo delle imprese sociali [64], al quale le imprese sociali possono destinare una quota non superiore al 3% degli utili netti annuali, dedotte eventuali perdite maturate negli e­sercizi precedenti, specificamente ed esclusivamente destinati alla promozione e allo sviluppo delle imprese sociali attraverso azioni ed iniziative di varia natura, quali il finanziamento di progetti di studio e di ricerca in tema di impresa sociale o di attività di formazione dei lavoratori, la promozione della costituzione di imprese sociali o di loro enti associativi, o il finanziamento di specifici programmi di sviluppo di imprese sociali o di loro enti associativi. Tali versamenti sono deducibili ai fini dell’imposta sui redditi dell’impresa sociale erogante.

La dimensione della formazione, quindi, appare centrale per l’impresa sociale che trae la propria ricchezza dalla conoscenza, favorendo processi di trasmissione delle competenze e di apprendimento informale che sono alla base sia dell’azione volontaria che delle imprese sociali [65].


6. L’impresa sostenibile

Contiguo, sia pure distinto, al tema testé trattato è quello sull’impresa sostenibile, al quale si vuole dedicare una breve riflessione dall’angolazione giuslavoristica, senza trascurare le suggestioni che vengono da altre scienze, come quella economica, e da altri settori del diritto, come quello europeo ed internazionale.

La crisi del diritto del lavoro spinge alla ricerca di nuovi paradigmi valoriali, uno dei quali potrebbe essere lo sviluppo sostenibile, assurto anche a nuovo valore-guida nell’interpretazione delle norme, soprattutto nel caso di conflitto tra interessi economici e sociali.

L’interazione tra lo sviluppo sostenibile e il diritto del lavoro porta ad indagare le possibili applicazioni del primo al secondo, sia in termini di solidarietà intergenerazionale, sia in termini di bilanciamento tra prospettive assiologiche differenti.

Il concetto di sostenibilità secondo le scienze ambientali ed economiche è condizione per uno sviluppo in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità per quelle future di realizzare i propri.

Ed infatti, la sostenibilità esprime bisogni di carattere intergenerazionale e si riflette su settori estremamente eterogenei tra loro. Il concetto di sostenibilità, nato dall’esigenza di mediazione tra sviluppo economico e tutela dell’ambiente (secondo la nota locuzione dello eco-sostenibilità), ha finito per impattare sulla qualità dello sviluppo sociale, nella prospettiva di garantire adeguati livelli di qualità di vita non solo per le generazioni attuali, ma anche per quelle future.

Quello della sostenibilità, apparentemente lontano dal diritto del lavoro e della previdenza sociale, è un tema che può non solo impattare con la nostra materia, ma rivitalizzarla; infatti, alla base del concetto di sostenibilità v’è il soddisfacimento di un bisogno attuale e, in nuce, di uno futuro; appare, quindi, evidente come tracce di essa pervadano la stessa Costituzione, imponendo direttamente o indirettamente limiti all’iniziativa economica privata, in funzione di tutela del lavoro (si pensi agli artt. 35, 37, 38, 41 e 45 Cost.).

L’evoluzione dell’impresa negli ultimi settant’anni si accompagna al tema della sostenibilità, per cui se prima essa doveva essere conculcata nell’operatore economico in modo per così dire “spintaneo”, con soluzioni normative eteronome sovente sgradite, con il passare del tempo il tema è diventato centrale per l’impresa, che lo fa proprio, lo metabolizza e lo sviluppa in modo originale con soluzioni giuridicamente, socialmente e gestionalmente “creative” (basti pensare alla notevole eterogeneità dei rimedi adottati da parte delle imprese con il c.d. secondo welfare).

E così, ad esempio, la sostenibilità ecologica dell’impresa da essere un costo diventa positivo elemento di valutazione da parte del mercato [66], grazie a stakeholders a loro volta sensibili all’argomento, in forza di una rinnovata attenzione al tema ambientale, che consente all’impresa di porsi sul mercato in modo distinto (appunto responsabile) rispetto a chi invece produce beni e servizi con metodi “irresponsabili”. Quello della sostenibilità ecologica dell’impresa è argomento che traguarderà a breve i cinquant’anni di vita, essendo apparso per la prima volta durante la conferenza ONU di Stoccolma del 1972 sull’ambiente umano ed affrontato in numerose altre occasioni (Rio de Janeiro nel 1992, Johannesburg nel 2002, Parigi nel 2015).

La sostenibilità ecologica globale non è altro che la precondizione per qualunque altra attività umana, ivi compresa quella imprenditoriale, la cui efficienza deve accompagnarsi a metodi organizzativi in grado di consegnare il pianeta alle generazioni future, non solo a livello locale, ma globale, in ragione di un diritto al patrimonio naturale mondiale non limitato da confini territoriali o intertemporali, cercando anche di assicurare alle generazioni future di avere le stesse possibilità di quelle attuali di raggiungere un livello adeguato di qualità di vita.

Di conseguenza, la sostenibilità ambientale può essere declinata nei concetti di equità dal punto di vista sociale ed efficienza dal punto di vista economico, con un’in­terdipendenza tra i tre ambiti, e cioè economico, ecologico e sociale, sintetizzato da Gladwin, Kennelly e Krause nel termine “connessione” [67].

Questi ultimi due concetti (ecologico e sociale) mal si attagliano, quindi, all’im­presa intesa come “soggetto aggressivo”, attento solo alla logica del profitto e quindi agli shareholders (gli azionisti), ma esigono che l’operatore economico sia orientato anche all’ascolto ed alla valutazione di interessi parimenti significativi come quelli dei numerosi stakeholders con cui entra in contatto (es. clienti, fornitori, comu­nità territoriali di riferimento, lavoratori ...).

La logica innanzi tratteggiata, volendo banalizzare, è dominante oramai anche nella comunicazione commerciale, dove spesso la sostenibilità è il filo conduttore del messaggio condensato in pochi secondi di “reclame” (si pensi esemplificativamente ai detersivi o alle automobili eco-compatibili).

Nel corso del Sesto Forum mondiale OCSE su “Statistica, conoscenza e politica”, tenutosi in Corea agli inizi di dicembre 2018, è stato presentato il rapporto del Gruppo di alto livello sulla misurazione del benessere della performance economica e il progresso sociale, in occasione del quale il tema della sostenibilità è emerso in modo preponderante, evidenziandosi l’insufficienza del PIL quale indicatore assoluto di benessere nazionale, cui necessariamente vanno abbinati altri indicatori che consentono di valorizzare ulteriori fattori parimenti significativi, come il contesto ambientale, la sicurezza sociale, la qualità della vita [68].

La torsione cui stiamo assistendo è quella tipica dell’etica commerciale o imprenditoriale, di cui ha parlato a più riprese Wolfgang Sachs [69], per il quale sostenibilità ed etica vanno sostanzialmente “a braccetto” in un’ottica intertemporale e quindi intergenerazionale.

Tale logica non può che alterare le teorie degli scambi commerciali, a livello sia micro, sia macro, conducendo ad una revisione dei rapporti di forza tra potenze eco­nomiche consolidate e paesi in via di sviluppo, oltre che ad una modifica dell’azio­ne delle principali holding economiche globali, detentrici di una parte consistente della ricchezza mondiale.

Queste ultime avvertono in modo sempre più pressante l’argomento della sostenibilità d’impresa dal punto di vista produttivo e commerciale, non solo quindi puramente ecologico, per cui se in un primo momento, ad esempio, hanno orientato la propria azione verso forme di approvvigionamento di energia eco-compatibile, in luo­go dei tradizionali idrocarburi, successivamente hanno posto al centro della propria attività strategica altri elementi di valutazione, secondo un approccio multi-level (in sintesi una politica aziendale e produttiva che cerca di raggiungere più obiettivi in differenti settori e non uno solo per volta), in grado di connettere gli ambiti economico, ecologico e sociale.

Un approccio imprenditoriale etico e come tale sostenibile è una prospettiva sociale positiva, che genera inclusione, quindi possibilità di crescita diffusa, ed equità inter e intra-generazionale.

Il tema della impresa sostenibile, come già anticipato, corre il rischio di essere confuso con quella della responsabilità sociale d’impresa. Orbene, i due concetti han­no un profondo legame tra loro, nel senso che una impresa sostenibile è sempre una impresa socialmente responsabile, ma non è detto che sia anche il contrario, cambiando gli stakeholders di riferimento, più numerosi per l’impresa sostenibile, meno per la RSI [70].

Infatti, come detto, l’impresa sostenibile guarda anche all’esterno delle mura azien­dali, avendo a cuore l’ambiente, i clienti, i dipendenti, la comunità territoriale, non so­lo nella dimensione statica (il presente), ma dinamica (guardando al futuro), quindi una platea di riferimento enorme rispetto a quella su cui tendenzialmente si concentra una impresa socialmente responsabile.

Nel caso di specie, il profilo della sostenibilità da esaminare non è certo quello ambientale, ma quello sociale, con particolare attenzione alla posizione assunta dal­l’impresa, sostenibile, in relazione agli stakeholders-lavoratori.

L’approccio che un’impresa di questo tipo può avere in un’ottica multilevel è stato ben descritto da Treu in un recente contributo [71] che tratta del riorientamento della flexicurity, non più (e solo) proiettata all’esterno del rapporto, ma interna ad esso, grazie a politiche di job retention, cui sono abbinati benefits di vario genere [72].

L’impresa, in sostanza, si accorge che il turn-over può essere uno strumento che porta competitività solo nel breve periodo, mentre nel lungo periodo si avverte la necessità di fidelizzare, di creare una squadra pronta all’impatto con la competizione globale, per cui la soddisfazione del lavoratore (e non solo del cliente) va curata in modo attento.

Come al solito questo argomento ha avuto come protagonista la contrattazione collettiva aziendale, che ha sovente “inventato” soluzioni e proposto strumenti, sulla scia dei quali si è dovuto porre il legislatore nazionale, supportando queste innovative politiche socio-economiche dal punto di vista fiscale, come dimostrano le esclusioni dal reddito imponibile, ex art. 51 TUIR, dei c.d. flexible benefits [73].

Si badi, l’attenzione al lavoratore è argomento caro all’imprenditoria italiana più illuminata (basti rammentare l’approccio “Olivetti” e più di recente “Luxottica”), ma non può essere lasciato, appunto, all’azione dei singoli capitani di industria, ma merita di essere coltivato e promosso [74], come sta accadendo in alcune realtà del centro-nord [75].

Le politiche di welfare aziendale concentrano tutte le principali caratteristiche che, secondo MBS Consulting, società leader nella consulenza manageriale in ottica multi-stakeholder, consentono un posizionamento sostenibile e cioè: vision di lungo periodo; conoscenza degli stakeholders di riferimento; quantificazione della soddisfazione degli stakeholders; fare cultura interna.

Ma non è solo con il welfare aziendale che l’impresa migliora il proprio indice reputazionale (concetto oramai entrato prepotentemente nel frasario giuslavoristico, come dimostra la Carta di Bologna dei riders ...).

Gli stakeholders di riferimento (i lavoratori per intenderci) sono attenti anche all’adozione di politiche di conciliazione del tempo di lavoro e di non lavoro da parte dell’impresa in un contesto complesso come quello dell’economia digitale, per cui ulteriori elementi di valutazione afferiscono ad esempio ai contratti aziendali che introducono lo smart-working o comunque strumenti innovativi per il benessere organizzativo, ovvero che involgono categorie di lavoratori maggiormente esposte a rischi sociali (riducendo ad esempio i rischi di time porosity).

Si tratta di questioni che non attengono solo all’impresa locale e nazionale, ma anche a quella transnazionale e multinazionale e che a volte trovano punti di contatto tra diverse ed importanti categorie di stakeholders, come lavoratori e clienti, basti pensare alla tematica del lavoro regolare, specie dei migranti, che trova nella legislazione di contrasto al caporalato un addentellato con la creazione della rete del lavoro agricolo di qualità.

Un possibile modello alternativo di impresa sostenibile è rappresentato poi dalle B.Corp., nuove forme societarie (c.d. quarto settore), società benefits [76], che accanto al classico scopo di ripartizione degli utili, «perseguono una o più finalità di beneficio comune e operano in modo responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti di persone, comunità, territori e ambiente».

Il tema, come si vede, merita un approfondimento, non realizzabile in questa sede, onde individuare i possibili spazi della “sostenibilità” nella disciplina giuslavoristica, che potrebbe proporsi come nuova base di legittimazione della materia e al tempo stesso come quadro valoriale di riferimento per una rilettura e una riscoperta della ratio della disciplina giuslavoristica.


7. Populismo vs. volontariato: č solo una questione di voti!

È possibile, a questo punto, formulare qualche breve osservazione conclusiva. Analizzando le norme della legge delega e dei tre decreti delegati, rimbalzano parole oggi sulla bocca di tutti, quali giovani, occupazione, svantaggio, povertà, solidarietà, espressioni di altrettanti fenomeni sociali che connotano l’odierno vivere quotidiano. Non è casuale, quindi, che il Terzo settore appaia sempre più imprescindibile e necessario per puntellare l’intervento pubblico ormai in dichiarato affanno e a corto di risorse, ma anche di idee. Quindi un intervento non più di supporto, da guardare con simpatia, ma da primo attore sulla scena del sociale, da guardare e seguire con la massima attenzione. Solo per fare un esempio, ci si chiede se vale la pena investire risorse su inefficienti centri per l’impiego per gestire il reddito di cittadinanza o se non sia più efficace dirottare risorse sul Terzo settore, pur con tutti i controlli e gli adattamenti opportuni, che ha dimostrato di saper intercettare ed accompagnare bisogni insoddisfatti dall’attore pubblico. Peraltro il Terzo settore appare il terreno ideale dell’invecchiamento attivo, di cui tanto si parla in questo periodo.

Quanto sia coerente e compatibile con tale prospettiva il robusto taglio delle risorse finanziarie destinate al Terzo settore, deciso dall’Esecutivo in carica [77], è lecito chiederselo; e soprattutto è doveroso chiedersi se al fondo di tale scelta vi sia ignoranza del fenomeno o avversione nei confronti dello stesso, perché a seconda della risposta cambia radicalmente la valutazione della stessa.

Senza alcuna pretesa “scientifica” si opta per la seconda lettura per la sua valenza “elettoralistica”, in quanto il Terzo settore intercettore di bisogni, può intercettare voti.


NOTE

[1] Positivamente sulla riforma A. FICI, La nuova disciplina dell’impresa sociale. Una prima lettura sistematica, in rivistaimpresasociale.it, n. 9, 2017. Come rammenta C. BORZAGA, L’impresa sociale nel perimetro del terzo settore: riposizionamento e rilancioivi, n. 7, 2016 «Per comprendere pienamente la portata innovativa della legge delega, occorre in primo luogo ricordare che essa chiude una lunga fase, iniziata nel 1991, durante la quale si è proceduto prevalentemente attraverso interventi di riconoscimento e regolamentazione di singole forme o di singoli modelli organizzativi (organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale, cooperative sociali, ecc.), se non addirittura del tipo di attività svolta (associazioni sportive), interventi che hanno marcato più le differenze tra organizzazioni che le somiglianze – favorendo più la competizione che non la collaborazione – e, in diversi casi, hanno bloccato l’evoluzione di molte organizzazioni verso forme più strutturate. Approvate in tempi diversi e con sensibilità diverse, queste leggi hanno finito per imporre limiti e concedere benefici differenziati e non sempre coerenti con la rilevanza sociale dell’attività, spesso senza giustificazioni (che non fossero le capacità di pressione delle organizzazioni interessate e le esigenze o le culture del momento)».

[2] Il Ministro Poletti nel comunicato stampa del 3 agosto 2017, giorno in cui entra in vigore il d.lgs. n. 117/2017, più noto come codice del Terzo settore, la definisce «Una riforma fortemente voluta dal Governo – realizzata in collaborazione con il Forum per il Terzo settore – con cui diamo la giusta attenzione a una risorsa straordinaria del nostro Paese, andando incontro anche alle esigenze dei 300.000 operatori del sociale, universo in cui operano 1 milione di lavoratori e 5 milioni di volontari. Ora, grazie alle nuove misure dedicate all’impresa sociale e al buon equilibrio che abbiamo costruito sulla natura dei soggetti, sui loro compiti e obblighi, chi opera nel Terzo settore potrà farlo in modo più efficace e trasparente».

[3] Basti pensare al progetto “THIS WORKS”, iniziativa lanciata nel 2014 da Ashoka, con l’aiuto della fondazione Robert Bosch e un consorzio di partner locali, con l’obiettivo di accelerare l’innovazione sociale nel campo dell’occupazione in Grecia, Italia e Spagna, ovvero all’esperienza spagnola delle Lanzaderas de empleo y empredimiento solidal, “navette” (di salvataggio) per l’impiego e l’imprendito­ria solidale, promossa dalla Fondazione Santa Maria la Real per dare una risposta sociale alla drammatica situazione occupazionale spagnola e all’inefficace gestione dei servizi pubblici per l’impiego, secondo un modello collaborativo basato sul supporto alle persone e sulla loro capacità di lavorare in squa­dra, con l’obiettivo di combattere l’isolamento dei disoccupati, combinando l’azione di ricerca del lavoro con l’empowerment di gruppo derivante dal lavoro in team. Quanto alla Francia, merita di essere citato il progetto Vitamine T (come Travail), sviluppato dall’organizzazione francese Group Vitamine T con l’obiettivo di ricollocare nel mercato del lavoro un largo numero di soggetti professionalmente e socialmente deboli, immaginando l’occupazione come una vitamina fondamentale per la vita delle persone e delle imprese. Altri progetti, parimenti interessanti sono analizzati da L. ALLEGRETTA-B. BARABASCHI, L’impresa sociale al servizio della ‘buona occupazione’: una biodiversità da tutelare, in rivistaimpresasociale.it, n. 6, 2015.

[4] I dati sono quelli diffusi dall’Istat nell’ultimo Censimento permanente delle istituzioni no profit, relativo al 2016 sulla consistenza e le principali caratteristiche strutturali del settore no profit (https:// www.istat.it/it/archivio/222172).

[5] Così L. ALLEGRETTA-B. BARABASCHI, opcit.

[6] Sul punto v. L. CORVO-L. PASTORE-A. SONAGLIONI, Quanto sono plurali le imprese sociali?, in rivistaimpresasociale.it, n. 9, 2018.

[7] Abrogata dall’art. 102, comma 1, lett. a), d.lgs. n. 117/2017, salve alcune disposizioni ad abrogazione differita.

[8] Sulla riforma della Disciplina dell’istituto del cinque per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche a norma dell’art. 9, comma 1, lett. c) e d), legge 6 giugno 2016, n. 106, v. il d.lgs. 3 luglio 2017, n. 111.

[9] L’art. 8, comma 1, lett. a), legge n. 106/2016, prevede esplicitamente che il servizio civile universale sia finalizzato alla difesa non armata della patria e alla promozione dei valori fondativi della Repubblica, nella profonda convinzione che la pedagogia dei gesti e delle parole possa consentire di raggiungere risultati anche migliori di quelli raggiungibili con l’uso della forza; non a caso la disposizione fa riferimento all’art. 11 Cost., ove il Costituente ha esplicitamente ripudiato la guerra quale strumento di risoluzione delle controversie internazionali.

[10] Così C. BORZAGA, opcit.

[11] C. GAROFALO, I soggetti svantaggiati nella normativa europea e interna, in M. BROLLO-C. CESTER-L. MENGHINI (a cura di), Legalità e rapporti di lavoro. Incentivi e sanzioni, Trieste, 2016, p. 19 ss.

[12] Con riferimento alla programmazione e all’attuazione del servizio civile universale, l’art. 4, d.lgs. n. 40/2017, conferma la sua realizzazione mediante un Piano triennale, modulato per Piani annuali ed attuato mediante programmi, proposti dagli enti di servizio civile universale nell’ambito dei settori di intervento del servizio medesimo. A sua volta l’art. 5, d.lgs. n. 40/2017, disciplina i programmi che possono riguardare uno o più settori di intervento del servizio civile universale ed indicano le azioni, con riferimento ai settori inseriti nel relativo programma; gli ambiti territoriali, ivi comprese le sedi di attuazione (che devono rispettare le prescrizioni di cui al d.lgs. n. 81/2008); il numero di operatori volontari e la loro distribuzione nelle predette sedi di attuazione; il personale dell’ente coinvolto nello svolgimento delle attività, in relazione alla tipologia e alla dimensione dei progetti.

[13] In tal senso v. l’art. 6, d.lgs. n. 40/2017.

[14] V. l’art. 7, d.lgs. n. 40/2017.

[15] Ai sensi dell’art. 17, comma 7, d.lgs. n. 117/2017, le disposizioni in materia di volontariato presso gli ETS non si applicano agli operatori volontari del servizio civile universale, al personale impiegato all’estero a titolo volontario nelle attività di cooperazione internazionale allo sviluppo, nonché agli operatori che prestano l’attività in favore del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico, di cui alla legge 21 marzo 2001, n. 74.

[16] L’importanza dei programmi di intervento è desumibile dall’art. 12, d.lgs. n. 40/2017, ove si affida ad essi la modalità di fruizione per il periodo di servizio civile di un tutoraggio finalizzato alla facilitazione dell’accesso al mercato del lavoro.

[17] V. l’art. 8, d.lgs. n. 40/2017.

[18] V. l’art. 11, d.lgs. n. 40/2017.

[19] V. l’art. 9, d.lgs. n. 40/2017.

[20] V. l’art. 10, d.lgs. n. 40/2017.

[21] V. l’art. 12, d.lgs. n. 40/2017.

[22] Ai sensi dell’art. 24, d.lgs. n. 40/2017, il servizio civile universale è finanziato dal Fondo nazionale per il servizio civile, istituito ai sensi dell’art. 19 della legge 8 luglio 1998, n. 230, e collocato presso la Presidenza del Consiglio dei ministri. Al Fondo affluiscono tutte le risorse di cui all’art. 11 della legge 6 marzo 2001, n. 64, nonché le risorse comunitarie destinate all’attuazione degli interventi di servizio civile universale. Resta ferma la possibilità per i soggetti privati di concorrere alle forme di finanziamento previste dall’art. 11 della legge 6 marzo 2001, n. 64.

[23] V. l’art. 13, d.lgs. n. 40/2017.

[24] V. l’art. 8, legge n. 106/2016.

[25] V. l’art. 14, d.lgs. n. 40/2017.

[26] Ai sensi dell’art. 16, comma 6, d.lgs. n. 40/2017.

[27] Sul trattamento economico riservato al volontario impegnato nel servizio civile universale si rin­via alle FAQ reperibili sul sito http://www.serviziocivile.gov.it/main/area-volontari-hp/faq/10-trattamento-economico.aspx.

[28] Ai sensi dell’art. 1, comma 1, lett. c), d.lgs. n. 40/2017, per “Programma di intervento” si intende il documento proposto dagli enti iscritti all’albo degli enti di servizio civile universale, contenente un insieme organico di progetti di servizio civile universale coordinati tra loro e finalizzati ad intervenire in uno o più settori, anche aventi ad oggetto specifiche aree territoriali.

[29] Così A. ALCARO, Riforma del Terzo settore e cooperazione sociale: primi profili giuslavoristici, in bollettinoadapt, n. 35, 2017.

[30] Come evidenzia A. ALCARO, opcit., la sua attuazione completa richiede, infatti, ulteriori 42 atti, tra provvedimenti ministeriali ed autorizzazioni dell’Unione europea, e la piena operatività dovrebbe essere raggiunta entro febbraio 2019 per la disciplina civilistica e gennaio/febbraio 2020 per quella fiscale.

[31] Per enti del Terzo settore la disposizione intende essenzialmente le organizzazioni di volontariato, le associazioni di promozione sociale, gli enti filantropici, le imprese sociali, incluse le cooperative sociali, le reti associative, le società di mutuo soccorso, le associazioni, riconosciute o non riconosciute, le fondazioni e gli altri enti di carattere privato, diversi dalle società, costituiti per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale mediante lo svolgimento di una o più attività di interesse generale in forma di azione volontaria o di erogazione gratuita di denaro, beni o servizi, o di mutualità o di produzione o scambio di beni o servizi, ed iscritti nel registro unico nazionale del Terzo settore.

[32] Si fa riferimento a formazioni e associazioni politiche, sindacati, associazioni professionali e di rappresentanza di categorie economiche, associazioni di datori di lavoro, nonché agli enti sottoposti a direzione e coordinamento o controllati dai suddetti enti, ad esclusione dei soggetti operanti nel settore della protezione civile alla cui disciplina si provvede ai sensi dell’art. 32, comma 4. Sono esclusi dal­l’ambito di applicazione della disposizione i corpi volontari dei vigili del fuoco delle Province autonome di Trento e di Bolzano e della Regione autonoma della Valle d’Aosta.

[33] Ai sensi dell’art. 11, d.lgs. n. 117/2017, gli enti del Terzo settore si iscrivono nel registro unico nazionale del Terzo settore ed indicano gli estremi dell’iscrizione negli atti, nella corrispondenza e nelle comunicazioni al pubblico. Inoltre, gli enti del Terzo settore che esercitano la propria attività esclusivamente o principalmente in forma di impresa commerciale sono soggetti, altresì, all’obbligo dell’iscrizione nel registro delle imprese; per quelle sociali, l’iscrizione nell’apposita sezione del registro delle imprese soddisfa il requisito dell’iscrizione nel registro unico nazionale del Terzo settore.

[34] L’inerenza di molte delle attività di carattere generale alla materia lavoristico-previdenziale si coglie scorrendo il lungo elenco dell’art. 5, d.lgs. n. 117/2017, che tra di esse annovera:

  • interventi e servizi sociali;
  • interventi e prestazioni sanitarie;
  • prestazioni socio-sanitarie;
  • educazione, istruzione e formazione professionale;
  • formazione universitaria e post-universitaria;
  • ricerca scientifica di particolare interesse sociale;
  • formazione extra-scolastica;
  • servizi finalizzati all’inserimento o al reinserimento nel mercato del lavoro dei lavoratori e degli svantaggiati.

[35] È prevista, infatti, l’adozione di un decreto del Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, da adottarsi ai sensi dell’art. 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400, sentita la Cabina di regia del Terzo settore.

[36] Sulla raccolta fondi v. l’art. 7, d.lgs. n. 117/2017, che la definisce come «il complesso delle attività ed iniziative poste in essere da un ente del Terzo settore al fine di finanziare le proprie attività di interesse generale, anche attraverso la richiesta a terzi di lasciti, donazioni e contributi di natura non corrispettiva. Gli enti del Terzo settore, possono realizzare attività di raccolta fondi anche in forma organizzata e continuativa, anche mediante sollecitazione al pubblico o attraverso la cessione o erogazione di beni o servizi di modico valore, impiegando risorse proprie e di terzi, inclusi volontari e dipendenti, nel rispetto dei principi di verità, trasparenza e correttezza nei rapporti con i sostenitori e il pubblico, in conformità a linee guida adottate con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, sentiti la Cabina di regia di cui all’articolo 97 e il Consiglio nazionale del Terzo settore».

[37] Le linee guida vanno adottate con decreto del Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, sentiti la Cabina di regia e il Consiglio nazionale del Terzo settore. Su quest’ultimo v. gli artt. 58-60, d.lgs. n. 117/2017.

[38] Cfr. l’art. 91, comma 1, d.lgs. n. 117/2017, che in caso di distribuzione, anche indiretta, di utili e avanzi di gestione, fondi e riserve comunque denominate a un fondatore, un associato, un lavoratore o un collaboratore, un amministratore o altro componente di un organo associativo dell’ente, anche nel caso di recesso o di ogni altra ipotesi di scioglimento individuale del rapporto associativo, prevede a carico dei rappresentanti legali e dei componenti degli organi amministrativi dell’ente del Terzo settore che hanno commesso la violazione o che hanno concorso a commettere la violazione una sanzione amministrativa pecuniaria da 5.000,00 euro a 20.000,00 euro.

[39] V. l’art. 3, comma 1, d.lgs. n. 95/2018, che ha introdotto il comma 2 bis nell’art. 3, d.lgs. n. 112/2017.

[40] Secondo l’art. 79, comma 2, d.lgs. n. 117/2017, hanno natura non commerciale le attività svolte a titolo gratuito o dietro versamento di corrispettivi che non superano i costi effettivi, tenuto conto anche degli apporti economici degli enti del Terzo settore e salvo eventuali importi di partecipazione alla spesa previsti dall’ordinamento. Il successivo comma 3 considera altresì non commerciali le attività di cui all’art. 5, comma 1, lett. h), (e cioè l’organizzazione e la gestione di attività culturali, artistiche o ricreative di interesse sociale, incluse quelle, anche editoriali, di promozione e diffusione della cultura e della pratica del volontariato e delle attività di interesse generale disciplinate dall’art. 5), se effettuate direttamente dagli enti del Terzo settore, la cui finalità principale consiste nello svolgere attività di ricerca scientifica di particolare interesse sociale e purché tutti gli utili siano interamente reinvestiti nelle attività di ricerca e nella diffusione gratuita dei loro risultati e non vi sia alcun accesso preferenziale da parte di altri soggetti privati alle capacità di ricerca dell’ente medesimo, nonché ai risultati prodotti. Inoltre, hanno natura non commerciale sempre le attività di cui all’art. 5, comma 1, lett. h), se affidate dagli enti del Terzo settore ad università e altri organismi di ricerca che le svolgono direttamente in ambiti e secondo modalità definite dal d.P.R. 20 marzo 2003, n. 135. Infine, l’art. 1, comma 82, legge n. 145/2018 (legge di stabilità per il 2019), ha aggiunto la lett. b bis) al comma 2 dell’art. 79, d.lgs. n. 117/2017, riconoscendo natura non commerciale alle attività di cui all’art. 5, comma 1, lett. a), b) e c), se svolte da fondazioni delle ex istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza, a condizione che gli utili siano interamente reinvestiti nelle attività di natura sanitaria o socio-sanitaria e che non sia deliberato alcun compenso a favore degli organi amministrativi. Si tratta sostanzialmente degli interventi e servizi sociali, exart. 1, commi 1 e 2, legge 8 novembre 2000, n. 328, e successive modificazioni, e interventi, servizi e prestazioni di cui alle leggi 5 febbraio 1992, n. 104, e 22 giugno 2016, n. 112, nonché degli interventi e prestazioni sanitarie e delle prestazioni socio-sanitarie di cui al d.P.C.M. 14 febbraio 2001.

[41] Sul regime fiscale delle organizzazioni di volontariato v. l’art. 84, d.lgs. n. 117/2017; per quanto riguarda le associazioni di promozione sociale, v. il successivo art. 85, che tiene conto del regime de minimis; entrambe possono applicare lo speciale regime di cui all’art. 86, d.lgs. n. 117/2017.

[42] In tema v. M. MISCIONE, Il trattamento economico del socio lavoratore, la contrattazione collettiva «eteronoma» erga omnes, in D. GAROFALO-M. MISCIONE (a cura di), La nuova disciplina del socio lavoratore di cooperativa, Milano, 2002, p. 81 ss., nonché D. GAROFALO, Il trattamento economico ulterioreivi, p. 88 ss.; ID., Regolamento e vigilanzaivi, p. 116 ss.

[43] Cfr. D. GAROFALO, L’applicazione del contratto collettivo leader, in Professione promoter, ins. spec., n. 6, 2018.

[44] Cfr. A. ALCARO, opcit.

[45] In tal senso v. L. ALLEGRETTA-B. BARABASCHI, opcit., che riprendono le risultanze delle Comunicazioni della Commissione Europea «L’atto per il mercato unico. Dodici leve per stimolare la crescita e rafforzare la fiducia. “Insieme per una nuova crescita”», COM(2011) 206 def., Bruxelles e «Iniziativa per l’imprenditoria sociale. Costruire un ecosistema per promuovere le imprese sociali al centro dell’economia e dell’innovazione sociale», COM(2011) 682 def., Bruxelles.

[46] Così G. FIORENTINI, Welfare e impresa sociale di garanzia, in rivistaimpresasociale.it, n. 7, 2016, secondo il quale la formula imprenditoriale dell’impresa sociale si caratterizza per: a) costi fissi e generali contenuti con un break even raggiunto con una quantità di produzione inferiore rispetto all’im­presa for profit; b) un raccordo con il territorio, ove la partecipazione e la filiera corta produttiva ed erogativa scambiano beni e servizi a costi/prezzi equilibrati e a controllo sociale implicito, dal lato del­l’offerta e della domanda; c) appropriatezza di produzione ed erogazione; d) flessibilità e resilienza nel rapporto con la domanda; e) capacità di personalizzazione e orientamento al servizio (proprio dell’im­presa sociale); f) anticipazione e contestualizzazione delle proprie attività; g) micronizzazione della domanda, intesa anche come lettura “calligrafica” dei bisogni; h) un vantaggio competitivo, determinato anche da un possibile e discrezionale partenariato fra “capitale umano dipendente e retribuito” e “capitale umano volontario dipendente funzionalmente e sempre più professionalizzato”; i) evitare la selezione avversa: carattere distintivo degli erogatori in rete, che, in un quadro di riduzione/contenimento dell’asimmetria informativa, rende realistica l’autoregolazione non opportunistica (ovvero la non ricerca di opportunismi speculativi esterni o interni), con evidenti risultati di efficienza ed efficacia di servizio; l) sottrarsi all’azzardo morale, che viene contenuto/neutralizzato grazie al rapporto contrattuale responsabilizzante tra le parti in campo (simmetria informativa, autocontrollo e controllo sociale organizzativo), anche in questo caso con evidenti risultati di efficienza ed efficacia di servizio.

[47] La disposizione pone quale criterio direttivo la «previsione di forme di remunerazione del capitale sociale che assicurino la prevalente destinazione degli utili al conseguimento dell’oggetto sociale, da assoggettare a condizioni e comunque nei limiti massimi previsti per le cooperative a mutualità prevalente, e previsione del divieto di ripartire eventuali avanzi di gestione per gli enti per i quali tale possibilità è esclusa per legge, anche qualora assumano la qualifica di impresa sociale».

[48] Ai sensi dell’art. 2, comma 3, d.lgs. n. 112/2017, si intende svolta in via principale l’attività per la quale i relativi ricavi siano superiori al 70% dei ricavi complessivi dell’impresa sociale, secondo criteri di computo definiti con decreto del Ministro dello Sviluppo economico, di concerto con il Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali.

[49] Esaminando il Rapporto di Unioncamere 2014, Imprese, comunità e creazione di valore. L’eco­nomia reale attraverso il contributo delle imprese familiari, della cooperazione e dell’imprenditoria sociale, Centro Studi Unioncamere, Roma, emerge che, sebbene in termini strutturali quasi la metà di tali imprese si concentri nell’istruzione (198 imprese; 23,2% del totale) e nell’assistenza sociale non residenziale (187 imprese; 21,9%), tra maggio 2013 e maggio 2014 si è assistito ad una crescita complessiva che ha interessato anche settori legati all’ambiente e al turismo, come le attività di servizi per edifici e paesaggio (da 33 a 40) e le attività di ristorazione (da 8 a 19).

[50] L’aggiornamento può essere effettuato seguendo la procedura di cui all’art. 2, comma 2, d.lgs. n. 112/2017.

[51] A sua volta, la disposizione rinvia all’art. 128, d.lgs. n. 112/1998, che per servizi sociali intende «tutte le attività relative alla predisposizione ed erogazione di servizi, gratuiti ed a pagamento, o di prestazioni economiche destinate a rimuovere e superare le situazioni di bisogno e di difficoltà che la persona umana incontra nel corso della sua vita, escluse soltanto quelle assicurate dal sistema previdenziale e da quello sanitario, nonché quelle assicurate in sede di amministrazione della giustizia».

[52] Esemplificativamente, si pensi ai servizi di aiuto personale (art. 9), agli interventi in favore di persone con handicap in situazione di gravità (art. 10), alla formazione professionale (art. 17), all’integrazio­ne lavorativa (art. 18).

[53] Trattasi del provvedimento recante disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare.

[54] Trattasi dell’atto di indirizzo e coordinamento in materia di prestazioni socio-sanitarie.

[55] Sul punto v. M. MUSELLA, La riforma dell’impresa sociale, in rivistaimpresasociale.it, n. 9, 2017, secondo il quale «Il lavoro che le imprese sociali, organizzazioni di volontariato, etc., svolgono sul fronte dell’educazione, della scolarizzazione, del contrasto al fenomeno della dispersione scolastica sono profondamente orientati a dare strumenti e opportunità di inserimento migliore nelle dinamiche sociali ed economiche, ma anche a contrastare i circoli viziosi del degrado e del sottosviluppo, (di)mostrando la concreta possibilità di percorsi di vita diversi per persone e gruppi (e quindi l’efficacia di politiche che sostengono questi percorsi)».

[56] Sull’importante ruolo delle imprese sociali nell’inclusione lavorative delle persone fragili v. M. MUSELLA, opcit.

[57] Per lavoratore molto svantaggiato la disposizione intende: a) lavoratore privo da almeno 24 mesi di impiego regolarmente retribuito; o b) lavoratore privo da almeno 12 mesi di impiego regolarmente retribuito che appartiene a una delle categorie di cui alle lett. da b) a g) della definizione di “lavoratore svantaggiato” e cioè: b) avere un’età compresa tra i 15 e i 24 anni; c) non possedere un diploma di scuola media superiore o professionale (livello ISCED 3) o aver completato la formazione a tempo pieno da non più di due anni e non avere ancora ottenuto il primo impiego regolarmente retribuito; d) aver superato i 50 anni di età; e) essere un adulto che vive solo con una o più persone a carico; f) essere occupato in professioni o settori caratterizzati da un tasso di disparità uomo-donna che supera almeno del 25% la disparità media uomo-donna in tutti i settori economici dello Stato membro interessato se il lavoratore interessato appartiene al genere sottorappresentato; g) appartenere a una minoranza etnica di uno Stato membro e avere la necessità di migliorare la propria formazione linguistica e professionale o la propria esperienza lavorativa per aumentare le prospettive di accesso ad un’occupazione stabile. Sulla nozione di svantaggio v. C. GAROFALO, opcit.

[58] Come è noto in essa sono compresi gli invalidi fisici, psichici e sensoriali, gli ex degenti di ospedali psichiatrici, anche giudiziari, i soggetti in trattamento psichiatrico, i tossicodipendenti, gli alcolisti, i minori in età lavorativa in situazioni di difficoltà familiare, le persone detenute o internate negli istituti penitenziari, i condannati e gli internati ammessi alle misure alternative alla detenzione e al lavoro al­l’esterno ai sensi dell’art. 21 della legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni.

[59] V. l’art. 2, comma 5, d.lgs. n. 112/2017, come modificato dall’art. 2, d.lgs. 20 luglio 2018, n. 95, che ha contingentato il non computo a non più di 24 mesi dall’assunzione, limitando in modo sensibile l’incentivo dal punto di vista temporale.

[60] Così A. FICI, opcit.

[61] In tal senso v. L. ALLEGRETTA-B. BARABASCHI, opcit., secondo cui le imprese sociali «Pur avendo subito le razionalizzazioni della spesa pubblica, soprattutto a livello locale, i saldi dei rapporti di lavoro si sono rivelati migliori rispetto a quelli delle altre tipologie d’impresa. Nel 2013, ad esempio, il saldo tra assunzioni e cessazioni riferito ai lavoratori dipendenti (esclusi gli interinali) ha segnato una flessione dell’1,2% contro il – 2,2% del settore privato. Per tale motivo il Rapporto in esame (Unioncamere 2014 n.d.s.) riconosce alle imprese sociali una funzione di ammortizzatore (in contesti recessivi come quelli degli ultimi anni) connessa alla vocazione sociale con la quale tali imprese nascono e al pari di quanto già sperimentato in passato dai modelli produttivi di stampo comunitario, quali i distretti industriali, la micro-imprenditorialità diffusa e le imprese familiari».

[62] V. l’art. 3, d.lgs. n. 112/2017.

[63] Così l’art. 13, comma 2 bis, d.lgs. n. 112/2017, introdotto dall’art. 5, comma 1, d.lgs. n. 95/2018.

[64] Secondo M. MUSELLA, op. cit., il fondo sarebbe paradigmatico del “cambio di passo” del legislatore nazionale sul ruolo delle imprese sociali a livello economico ed istituzionale.

[65] S. GALLERINI-F. LENZI, Giovanivolontariato e nuova impresa sociale, in rivistaimpresasociale.it, n. 7, 2016.

[66] V. l’articolo di V. D’ANGERIO, Investitori a caccia di aziende sostenibili, in Il Sole 24 Ore, 9 dicembre 2018, 6, che evidenzia come grosse imprese (AXA, Allianz, Generali, Fondi Robeco) investono in aziende sostenibili, con bonus ai manager legate a performances ambientali.

[67] T.N. GLADWIN-J.J. KENNELLY-T. KRAUSE, Shifting Paradigms for Sustainable Development: Implications for Management Theory and Research, in The Academy of Management Review, vol. 20, n. 4, 1995, pp. 874-907 (http://www.jstor.org/stable/258959).

[68] Si rinvia al resoconto sugli esiti del Forum riportati da Enrico Giovannini, in Il Sole 24 Ore, 9 dicembre 2018, 14.

[69] W. SACHS, Development Patterns In The North and Their Implications For Climate Change, in International Journal of Global Environmental Issues, vol. 1, n. 2, 2001, pp. 150-162 (http://inderscience. metapress.com/content/mvf4gvab55a3wmq9/).

[70] Amplius M. van MARREWIJK-M. WERRE, Multiple Levels of Corporate Sustainability, in Journal of Business Ethics, vol. 44, n. 2-3, 2003.

[71] T. TREU, Una seconda fase della flexicurity per l’occupabilità, in Dir. rel. ind., 2017, p. 597 ss.

[72] V. anche E. FAGNANI, Dalla crisi del welfare state al welfare aziendale, in Riv. dir. sic. soc., 2013, p. 159 ss., spec. p. 169 ss.

[73] Su cui v. ancora E. FAGNANI, opcit., nonché F. BACCHINI, Welfare aziendale: illazioni (ricostruttive) giuslavoristiche (I. Parte generale), in Arg. dir. lav., 2017, p. 634 ss., spec. p. 652. ss.

[74] In argomento v. E. MASSAGLI (a cura di), Il welfare aziendale territoriale per la micro, piccola e media impresa italiana. Un’indagine ricostruttiva, in ADAPT Labour Studies, e-Book series, n. 31, 2014.

[75] Cfr. G. GIANNÌ, L’inaspettata attualità del welfare aziendale, in Mass. giur. lav., 2016, pp. 274 ss., 280, spec. nota 23.

[76] Su cui v. P. GUIDA, La «società benefit» quale nuovo modello societario, in Riv. not., fasc. 3, 2018, p. 501 ss.; S. CORSO, Le società benefit nell’ordinamento italiano: una nuova “qualifica” tra profit e non-profit, in Nuove leggi civ. comm., n. 5, 2016, p. 997 ss.

[77] Basti pensare all’abrogazione dell’art. 6, d.P.R. n. 601/1973, disposta dall’art. 1, comma 51, legge n. 145/2018, il cui effetto è il raddoppio dell’IRES, che passa da un tasso agevolato del 12% a quello standard del 24%.


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