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Economia disastrata e diritto del lavoro *

Antonio Vallebona, Professore ordinario di Diritto del lavoro – Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”

Il saggio tratta dell’auspicabile aumento dei posti di lavoro dopo il disastro economico causato dalla pandemia Covid, indicando i relativi strumenti.

PAROLE CHIAVE: blocco dei licenziamenti - cassa integrazione - indennitÓ di disoccupazione - reddito di cittadinanza - Covid 19

Disastrous economy and labour law

The essay deals with the desirable increase in jobs after the economic disaster caused by the Covid pandemic, indicating the relevant tools.

Keywords: freezing layoffs – furlough – unemployment allowance – basic income – Covid 19

Sommario:

1. Blocco dei licenziamenti e cassa integrazione - 2. Dopo il blocco: indennitÓ di disoccupazione e reddito di cittadinanza - 3. Norme per aumentare i posti di lavoro - NOTE


1. Blocco dei licenziamenti e cassa integrazione

A causa del COVID quasi tutte le imprese hanno ridotto i ricavi e quindi tanti lavoratori non sono più utili. Pertanto è stata emanata una norma che prevede il divieto di licenziamenti individuali e collettivi, tranne quelli disciplinari. A richiesta dei sindacati dei lavoratori questo divieto è stato prorogato per ora fino al 30 giugno 2021. Ovviamente i datori non possono retribuire i lavoratori non utili e quindi, stante il blocco dei licenziamenti, hanno dovuto metterli in cassa integrazione anche in deroga come previsto dalle norme emanate nel periodo di COVID, che hanno aumentato considerevolmente il debito pubblico.

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2. Dopo il blocco: indennitÓ di disoccupazione e reddito di cittadinanza

Il divieto di licenziamenti non può essere prorogato all’infinito, anche perché un’ulteriore proroga sarebbe incostituzionale per violazione dell’art. 41 Cost. Pertanto dopo la fine del blocco si prevede che saranno licenziati oltre un milione di lavoratori. La rivoluzione sociale sarà evitata in quanto i licenziati percepiranno l’indennità di disoccupazione, che però ha un limite temporale. Scaduto il termine i lavoratori potranno usufruire del reddito di cittadinanza, che, come previsto, può essere richiesto nuovamente dopo un mese di non percezione. Il problema è la dimensione di questa elargizione assistenziale, che, attualmente, non basta per far sopravvivere il richiedente e la sua famiglia. Pertanto si auspica l’aumento di questa prestazione e contemporaneamente una norma che obblighi il percettore a lavorare presso una pubblica amministrazione o presso un’azienda, ovviamente senza alcuna retribuzione. In chiave sistematica si ricorda che i dipendenti pubblici sono i soli a cui è assicurato il mantenimento del posto di lavoro, sicché è una follia la richiesta sindacale di aumentare la retribuzione in questo periodo di disastro economico.

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3. Norme per aumentare i posti di lavoro

A) Gli investimenti pubblici da sempre accrescono i posti di lavoro. Attualmente l’Unione Europea, con il c.d. Recovery, ha concesso all’Italia più di 200 miliardi, in parte a fondo perduto e in parte come prestito. Se queste importanti risorse verranno spese bene con poche norme semplici e chiare, una parte dei lavoratori licenziati dopo la fine del divieto troveranno un posto di lavoro. B) Gli investimenti privati, che creano posti di lavoro, sono pochi in Italia a causa della pressione fiscale e quindi vanno ai paesi in cui le imposte sono più basse (c.d. paradisi fiscali). Pertanto è necessario ridurre le imposte non per i lavoratori, ma per tutti, compresi i lavoratori autonomi e le imprese, sempre secondo il criterio di progressività ex art. 53, comma 2, Cost. Ad esempio il 15% per un reddito fino a 50.000,00 Euro; 18% per un reddito fino a 100.000,00 Euro; 20% per un reddito fino a 200.000,00 Euro; 25% per un reddito superiore a 200.000,00 Euro. Solo così l’Italia può attuare molti investimenti privati e far rientrare le imprese italiane che si sono delocalizzate nei paradisi fiscali e negli inferni lavoristici. C) I posti di lavoro possono aumentare anche in ragione della riduzione delle tutele del lavoratore. Pertanto occorre una norma che contempli la c.d. volontà individuale assistita, la quale cancelli l’uniformità oppressiva derivante dalle disposizioni di legge e di contratto collettivo. Invero il singolo lavoratore, assistito da un legale o da un consulente del lavoro o da un sindacalista, può rinunziare ad alcune tutele di fonte legale o collettiva per essere assunto o per non perdere il posto di lavoro. I c.d. contratti collettivi di prossimità possono derogare norme di legge o di contratti collettivi nazionali (art. 8, d.l. n. 138/2011 conv. legge n. 148/2011), mentre questa facoltà è ancora preclusa al singolo lavoratore, anche nel caso in cui viene assistito. I sindacati sono stati costituiti per ristabilire una tendenziale parità tra le parti della contrattazione in sostituzione della debolezza del singolo lavoratore. Ma dopo più di un secolo la situazione è molto cambiata, perché non tutti ma molti lavoratori, adeguatamente assistiti, non vogliono più essere legati al sindacato, ma vogliono trattare singolarmente con il datore di lavoro per essere assunti e [continua ..]

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NOTE

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